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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

MALEDUCAZIONE

DISAGIO GIOVANILEInsegnare significa lasciare il segno. Nelle scuole “oltre il muro” questo significa anche comprendere le tensioni della ristrettezza e saper accendere il desiderio della conoscenza. Investire su personale altamente qualificato significa evitare pesanti costi sociali nel futuro.

                   di MARIO TAGLIANI

A scuola ci hanno insegnato quanto siano fondamentali i primi 1000 giorni della nostra vita, come siano necessari per costruirsi quelle mappe cognitive ed affettive che saranno necessarie ad affrontare e sentire la vita in modo razionale e relazionale.
TAGLIANIDopo una vita passata tra i giovani allievi delle scuole nulla di più vero ha dimostrato questa teoria in mancanza della quale si creano i disastri di vite vissute ai margini o tristemente pericolose.
Questa teoria dei mille giorni mi porta però ad un’altra riflessione: se i giorni di lezione sono circa 200 in un anno, in 5 anni di scuola primaria i giorni tornano ad essere mille. Mille giorni durante i quali l’insegnante ha a disposizione i suoi allievi, li vede crescere, li può accompagnare nella crescita, aggiusta dove il percorso devia e sprona là dove l’apprendimento fila veloce.
Insegnare significa lasciare il segno e le occasioni per fare in modo che ciò accada sono molteplici in 5 anni. Ma vorrei porre l’attenzione su un altro modello di scuola che esiste anche se alte mura cercano di nasconderla agli occhi della gente, un tipo di scuola dove i giorni non sono mille ma cento, dove i ragazzi che la frequentano sono particolari perché accomunati da percorsi disastrati, con pregressi scolastici quasi sempre negativi e funestati da conflitti, ripetenze, sospensioni, bocciature o addirittura promozioni per toglierseli dai piedi.
Questa scuola sta all’interno di un Istituto Penale per Minori e durante il periodo di detenzione, che in media si aggira sui cento giorni, il minore ha la possibilità di frequentarla e di incontrare una “seconda possibilità”.
E’ importante quindi, anzi fondamentale, che per lasciare il segno il maestro debba descolarizzare modalità didattiche, ambiente scolastico, libri di testo e tutte quelle metodologie che hanno creato dei drop-out.
Se tutti noi siamo gli incontri che facciamo ecco che la scelta del personale che si occupa di questi ragazzi debba avere elevate competenze metodologiche e di gestione dei gruppi, essere in grado di individuare i momenti sui quali insistere e i momenti da lasciare decantare quando le tensioni della ristrettezza creano una barriera all’apprendimento.
Il mistero di come si apprende non ci è dato sapere, metodi che funzionavano l’anno prima quest’anno non portano frutti, allievi di settembre impegnati a scuola li troviamo svogliati a febbraio, di tante cose che funzionano non ci è dato di trovare la chiave. Ma di una cosa sono certo: se riusciamo ad accendere il desiderio ad apprendere, se sappiamo trovare gli stimoli che innescano curiosità e riflessioni allora il compito dell’insegnante diventa più agevole, gli allievi stanno volentieri in aula e molti semi della conoscenza trovano terreno fertile dove un giorno potranno germogliare.
Il docente in questione diventa una figura cruciale rispetto alla riuscita del percorso formativo sia quello legato alle competenze di base che quello professionalizzante.
Il diuturno lavoro con gli adolescenti in disagio e con adolescenti espulsi dai percorsi di istruzione sviluppa una serie di professionalità che possono costituire una ricchezza e la declinazione di possibilità da spendere nell’immediato futuro, quando cioè finisce il periodo di detenzione ed il ragazzo viene rimesso in società.
Ci si preoccupa giustamente della “fuga dei cervelli” che riguarda comunque una percentuale esigua della nostra popolazione, sarebbe più opportuno che la classe politica si accorga della rilevanza di questo altro problema.
Non occuparsi con personale altamente qualificato di un numero incredibile di NEET (ragazzi non ancora in età lavorativa ma senza istruzione né formazione) e DROPOUT significa garantirsi per il futuro costi sociali, sanitari, di polizia e giudiziari, incalcolabili.
Investire adesso in un piano che tenga conto delle migliori risorse e che punti al recupero delle competenze di base per tutti quei soggetti rientranti nella fascia di età giovanile, significa investire in un proficuo futuro lontano da logiche e da protagonisti del passato.

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