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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

IL VUOTO CHE NON SAPPIAMO ASCOLTARE

MARIO TAGLIANII ragazzi cercano chi si accorga di loro e ne capisca i bisogni, i momenti critici, le fragilità. L'esperienza del carcere minorile di Torino.

di MARIO TAGLIANI

 È martedì, giorno di rientro. Alle 12.35 terminano le lezioni mattutine ed alle 14.00 riprendono quelle pomeridiane. Tanti ragazzi, la maggior parte, escono da scuola per recarsi a casa a consumare il pasto. Almeno così speriamo. Il servizio di refezione comunale è troppo caro ed anche optando per il “pasto domestico” resta da pagare l’assistenza mensa cioè gli educatori che accompagnano i ragazzi durante il pasto e la ricreazione. Per tante famiglie è troppo.

In realtà nel tragitto da scuola a casa molti si perdono: nella migliore delle ipotesi sostano in qualche bar a mangiare un panino, altri iniziano a bighellonare non attesi da nessuno, altri ancora fanno diverso uso dei pochi spiccioli destinati dai genitori per il cibo. Il tempo è poco, le 14.00 si avvicinano e non tutti rientrano.
Alcuni restano a casa o fuori, ma dove, con chi, a fare cosa?
Intanto per noi la vita continua a scorrere tranquillamente, perché questo fatto non fa rumore, la solitudine non si sente.
Tutti noi continuiamo a procedere più o meno serenamente nei nostri affanni quotidiani e non “sentiamo” il rumore assordante di questo vuoto. Perché il vuoto non fa rumore.
La sua voce straziante si fa urlo solo quando dal vuoto si genera il reato, la tragedia, l’orrore. Però tutti sappiamo che quel vuoto muto e sordo esisteva già, solo non veniva colto, anzi accolto, dalle nostre orecchie.
È vero che ognuno di noi è così immerso nelle proprie preoccupazioni da non accorgersi di chi non ha voce. Va bene. Però i nostri occhi?
Tutti li vediamo questi giovani “senza speranza” per le vie delle nostre città.
Sono forse io il guardiano di mio fratello? Semplicemente non ci riguarda il loro destino, non spetta a noi occuparcene, non rientra nella sfera delle nostre responsabilità.
Famiglia e scuola. Ecco i veri responsabili!
Così a scuola comincia il circolo vizioso delle segnalazioni, delle lettere di convocazione, dei colloqui con preside e prof. E davanti agli occhi tante storie simili.
Da un lato i nostri giudizi spietati: “Ma come si fa!?”; dall’altro i volti, le voci, le espressioni di genitori evanescenti, disattenti, adulti immaturi, inconsapevoli, ignoranti, sprovveduti, fragili, soli, privi di strumenti e di pensieri educativi. Genitori sprofondati, totalmente immersi, in situazioni complicate, prive di orizzonti di luce, che vivono con rassegnazione, come se fosse normale.
Forse, mi viene il dubbio, per qualcuno è normale!
Per altri no. Gli altri noi, intendo. Quelli che si indignano al sapere che giovani 14enni alle 21 o 22 sono ancora in giro e nessuno li cerca. Quelli, noi appunto, che si scandalizzano dell’impotenza e incapacità dei loro genitori. È in tutto questo disordine i figli sfuggono.
SOLITUDINEAnzi, fuggono. Scappano, corrono lontano, alla ricerca di qualche sicurezza, di qualcosa che riempia il loro vuoto. Ma il vuoto di cultura viene sempre riempito da modelli sbagliati. Cercano qualcosa, anzi, cercano qualcuno, un adulto sufficientemente significativo che sia disposto a camminare con loro. Non un adulto amico, ma un adulto autorevole e di cui fidarsi.
Qualcuno che si accorga semplicemente di loro, capace di intercettare i loro bisogni, momenti critici, fragilità. Che ricordi il loro nome, segnaposto di una giovane esistenza. Che sia pronto a darsi, a spendersi per loro senza bisogno di azioni illegali per attirare un po’ di attenzione.
Quando questo qualcuno non è il genitore, o almeno non in tutto, chi si occuperà di loro?
Che volto assumerà per loro l’adulto? Quello del fastidio, della punizione, dell’allontanamento?
Come potranno diventare adulti, se nessun adulto si è fatto così prossimo da fargli credere che nessuno può crescere bene da solo?
La scuola rischia sempre più di farsi immagine di un modello adulto sbagliato, che allontana senza accompagnare.
Allora scappano, corrono lontano, alla ricerca di qualche sicurezza, di qualcosa su cui fondare la propria faticosa esistenza.
Ma dove scappano? Prima o poi qualcuno li intercetta e, come il gatto e la volpe di Pinocchio, li porta nel paese dei balocchi o dei paradisi artificiali. Gira la giostra fin quando tutto svanisce e con il futuro anche la speranza di una vita vissuta in pace con se stessi e con il mondo. Solo le sensazioni forti, aiutate da certa chimica, potranno dare scariche di adrenalina che sembrano farti vivere e rivivere un’esaltazione, ma non sono altro che anestetici che servono a lenire il dolore del vuoto che li accompagna.
Spesso li vedo questi “bulli”, a testa bassa quando, obtorto collo, li costringono a presentarsi nella mia aula che è un’aula un po’ speciale per il fatto di trovarsi all’interno di un carcere minorile.
Metà dei miei allievi sono ragazzi che hanno spadroneggiato a scuola, che per strada incutevano terrore attorniati da altri che facevano da spalla invidiosi di tanto carisma. Ma adesso, tutti insieme, ti fanno quasi tenerezza. Li vedi nudi, si guardano attorno alla ricerca di qualche alleanza, sanno che qui non possono mascherare quello che erano, qui tutto viene a galla, il vuoto ritorna prepotente per dirti che non c’è speranza. Ci provano a raccontarti le loro imprese, credono di condizionarti ma nemmeno loro ci credono più. Ormai le lunghe ore della cella sono un’imposizione a pensare, a capire dove si è sbagliato, non nel senso che si son comportati male (quella è l’unica cosa che ormai sanno fare) ma chi può aver tradito, chi è stato l’infame, chi ha parlato.
Ma adesso io che faccio? Che faccio dove la famiglia ha fallito, dove la scuola non li ha saputo attrarre per togliergli dalla strada, per riempire quel vuoto che si nutre di ignoranza, superstizione, fantasticherie?
Me lo chiedo ogni mattina quando varco la porta dell’aula e li vedo lì, seduti al banco, che ti guardano quasi sfidandoti. Allora chiedo aiuto a un libro, ad una canzone, ad un film, ad un personaggio.
Qualche tempo fa abbiamo ospitato Shady Hamadi, scrittore e giornalista, impegnato da anni in prima persona a far conoscere quanto di disumano sta avvenendo nella “sua” Siria.
Shady è un italiano nato da padre siriano che negli anni ’70 ha dovuto lasciare il suo paese perché oppositore del regime criminale del dittatore Assad.
La storia di suo padre è stata un’occasione per conoscere le atrocità della guerra, le torture nelle carceri e cosa significhi opporsi ad un regime assolutistico.
Ma di più, raccontare una storia, è stata un’occasione per raccontare altre storie perché Shady ha questo potere: nel raccontare la sua di storia tutti i ragazzi sono stati invogliati a raccontare le loro storie e l’incontro è stato una scoperta di mondi sommersi, di tragedie nascoste, di sogni infranti che hanno trasformato l’aula in una specie di confessionale dove ognuno si asteneva dal giudizio in cambio di un rispettoso ascolto.
Shady Hamadi è stato capace di scoperchiare uno scrigno di emozioni che spesso ogni ragazzo ristretto si tiene per sé, ha permesso che la pressione interiore di chi vorrebbe ma non può, per qualche ora almeno, potesse scaricare tutte le sensazioni che comprimono l’animo.
“Raccontami la tua storia, raccontami il tuo sogno …“ e così per un pomeriggio siamo evasi tutti insieme con un bagaglio di esperienze che hanno riempito quel vuoto; i ragazzi hanno scoperto persone ed eventi apparentemente più disperati di loro ma che sperano e lottano per un futuro migliore, per la bellezza, nonostante.

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