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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

CORPO E ANIMA

corpo e anima 1I protagonisti di questo film «sognano il contrario di ciò che sono diventati, a causa del disagio che la civiltà occidentale ha prodotto attraverso separazioni e dualismi d’ogni sorta, onde illudersi di tenere tutto sotto un rigoroso controllo scientifico-tecnologico».

                                                  di NICOLA RANIERI

 

NICOLARANIERI1Il pragmatismo, più che principi o valori o teorie, privilegia soprattutto l’azione: la pratica, appunto. Ovvero un radicale empirismo operativo nonché strumentale in vista del continuo miglioramento fine a se stesso, attraverso atti e comportamenti perlopiù spregiudicati, e il cui unico scopo è quello della utilità a tutti i costi, dei risultati concreti in ogni campo e principalmente in quello economico.
Ѐ ciò che contraddistingue il mondo contemporaneo, secondo Ildikó Enyedi, la regista ungherese di Corpo e anima (2017). La quale intende raccontare nel film (premiato con l’Orso d’oro a Berlino) anche la crudeltà sottesa a questo modo pragmatico di vita occidentale fattasi ormai planetaria.
Crudeltà nei rapporti umani e pure in quelli con gli altri viventi. A partire dagli animali (e da noi stessi, in quanto animali) sterminati dalla violenza nostra affinché questo modo di vita si perpetui all’infinito. Mentre nemmeno ci poniamo il problema di una simile verità.
Perciò, al fine di evidenziarla il più possibile, la regista mette in scena due lavori “normali” o, meglio, abbastanza emblematici della “normale” crudeltà – appunto per questo non avvertita come tale.
Il lavoro del direttore finanziario o amministrativo: il supervisore delle risorse umane e dei mezzi di produzione in genere, a cui compete la responsabilità anche della correttezza, della legalità o meno del bilancio aziendale.
Il lavoro dell’addetto al controllo qualità, ossia alle tecniche operativo-strumentali predisposte per soddisfare i requisiti della qualità in rapporto ai costi. E, quindi, al controllo di un intero processo per eliminare sprechi, prestazioni insoddisfacenti entro il ciclo produttivo, in maniera da conseguire il massimo dell’efficienza aziendale.
Questi due lavori “normali” vengono svolti in un luogo a sua volta emblematico della umana crudeltà: un ultramoderno mattatoio industriale: un ambiente che è il prototipo per antonomasia della catena di (s)montaggio applicata ai corpi, per ucciderli e squartarli in maniera scientificamente e tecnologicamente sofisticata.
Un mattatoio talmente moderno da prevedere anche la presenza di psicologi per indagare – tramite colloqui con i dipendenti – su qualcosa di strano che si è verificato o può verificarsi nello stabilimento.

Si tratta di un film che, con estrema precisione, mostra e descrive il corpo da mattatoio. I corpi pronti al macello, come in una perfetta catena di montaggio. Da un lato, quelli (forse inconsapevoli) degli animali. Dall’altro, quelli (perfettamente consapevoli) dei macellai che meccanicamente e freddamente uccidono, compiendo azioni senza provare alcuna compassione, per via dell’abitudine a un necessario distacco tra carnefice e vittima, tra uomo e animale. E dell’uomo da se stesso. Poiché solo così egli può recidere ogni legame empatico con il naturale ciclo della vita-morte e divenire finalmente asettico, anaffettivo, clinico, freddo e calcolatore, secondo un maniacale ordine basato su gesti e comportamenti asserviti alla prestazione efficiente. In ogni circostanza. Anche nella sessualità e nei rapporti in genere. Ridotti, tutti quanti, a mero esercizio mentalistico e fisico-ginnico: a prestante mercimonio corporale e a pornografia industrializzata.
Insomma, dal pragmatismo imperante – scrupoloso, rigido e crudele – proviene il male di vivere dei due protagonisti. Appaiono, infatti, talmente menomati e sofferenti nel corpo e nella psiche che sembrano soffocare nella asetticità, nella disanimalità che li disumanizza. Tant’è che sognano il contrario di ciò che sono diventati, a causa del disagio che la civiltà occidentale ha prodotto attraverso separazioni e dualismi d’ogni sorta, onde illudersi di tenere tutto sotto un rigoroso controllo scientifico-tecnologico.

Appunto per questo la regista sceglie di narrare una storia d’amore: la forma più estrema di comunicazione, che spinge due persone ad aprirsi completamente l’una all’altra.
Di narrarla con l’esattezza di pensiero del cuore. Non diversamente da quando si disegna o si cucina o si scrive; bisogna infatti essere attenti nonché fedeli al cuore di quello che si sta facendo. Solo così, secondo Ildikó Enyedi, si è prossimi alla poesia. Nel cui segno lei ambienta – non a caso in un mattatoio – l’incontro fra i due protagonisti.
Incontro che avviene perché la psicologa – tanto avvenente e disinibita quanto incapace di comprendere alcunché – li convoca insieme, per il sospetto che si siano messi d’accordo allo scopo di raggirarla raccontandole, separatamente, uno stesso sogno.
Così entrambi scoprono di provare nei sogni (e senza che si conoscessero) il medesimo desiderio.

Endre, il direttore finanziario, piuttosto avanti negli anni e con un braccio paralizzato, ormai pensa di aver chiuso con i sentimenti – nonostante sia ancora capace di dire a un operaio appena assunto: «Se non provi pietà per gli animali, qui non puoi sopravvivere».
Mária, l’ordinatissima responsabile del controllo qualità, è maniacale nell’applicare le regole. Giovane, bionda, algida: tutto millimetricamente classifica. Forse è timida, vagamente autistica ma dotata di prodigiosa memoria. Registra, nel lavoro e nella vita, ogni istante come fosse un freddo dato informatico. Vive da sola, incapace com’è di qualsiasi contatto fisico. Non appena un raggio di sole le illumina una gamba, la ritrae; si ritira nell’ombra.
Fra di loro nasce (o c’è) una specie di affinità in apparenza impossibile. Una istintiva attrazione per via di una congenita tendenza verso la profondità delle cose. Scoprono infatti di aver sognato (l’uno all’insaputa dell’altra) di essere due cervi, maschio e femmina, che si annusano sfiorandosi; bevono l’acqua dei ruscelli e cercano cibo in una foresta innevata. Ove ogni notte iniziano a darsi appuntamento, nei sogni. Mentre di giorno quasi si evitano o si respingono. Intanto non possono fare a meno di pensarsi. Sicché le loro anime si incontrano ben prima di qualsiasi contatto fisico. Segno che nei corpi – benché appaiano quasi atrofizzati – ancora alberga una forza atavica tanto primordiale e sepolta quanto in grado di spingerli a cercarsi. A cercare nei sogni notturni l’opposto della diurna asetticità scientifico-tecnologica da mattatoio. Così, raccontandosi i desideri più reconditi, riscoprono il rimosso che un’intera civiltà ha represso e cercato di cancellare per sempre. Ma che ora, riaffiorando, li spinge a (re)imparare tutto, perfino l’inspirare-espirare profondamente. Come se le parole, con cui si dicono i sogni, fossero mani che sfiorano la pelle o braccia per abbracciare.
Perfino il sangue – a differenza di quello che nel mattatoio tracima in fiumi di orrore e ribrezzo – può ricominciare a scorrere secondo natura; a corpo e anima 2pulsare in sintonia con i battiti del cuore, caldo d’amore allo stato nascente. E l’anima torna a sentire il corpo attraverso immagini oniriche che rimandano alle origini, a quel primevo del mondo che ancora ci abita – come, del resto, permangono nel nostro cervello pure gli strati profondi al di sotto della corteccia di più recente formazione.
Nel cervo dei sogni, quale figura di forza corporale e primordiale bellezza, si manifesta dunque il simbolo di fisico e psichico, non staccati ma complementari e simbiotici. Al pari di tutti gli opposti che, combinandosi, ripristinano l’armonico ciclo perenne di giorno/notte, sole/ombra entro cui se ne stanno congiunti/disgiunti il maschile e il femminile nella intimità di corpo e anima: assorti, pensosi, aperti all’accogliente abbandono. Quindi, capaci di scorgere quanto disumana sia la industrializzata civiltà della “clinicizzazione” di tutto.

Mária – essendo, in quanto femmina, più prossima alla natura – sente risuonare l’anima mundi dentro di sé. Sempre più spesso socchiude gli occhi, assapora il vento soccorrevole e, standosene distesa, sfiora i fili d’erba mentre si lascia bagnare dai getti d’acqua che innaffiano il prato.
Segue, così, i consigli dell’anziano psicologo infantile e si rifiuta di andare da quelli per adulti, come la psicologa aziendale.
Man mano che impara a toccare il proprio corpo, sempre meno le interessano le immagini, non erotiche, dei film pornografici. Si fa strada in lei un ben diverso sentire. Infila la mano in un purè di patate, impastandolo con dita sensuali. Sfiora, tocca il pelo e la groppa di un vitello al mattatoio.
Neanche le musiche in voga le dicono più nulla. Acquista un CD solo perché piace alla commessa del negozio, che glielo propone con un sorriso sincero. Perciò le sembra quasi di ricevere in dono la canzone What He Wrote di Laura Marling. E, ascoltandola, sente in un tutt’uno corpo e anima 3l’ammaliante potere della musica e l’amore allo stato nascente.
Per la prima volta in vita sua, è pronta ad aprirsi: a dischiudere e far fiorire il suo algido corpo: a ricongiungersi con l’universo che dentro le palpita.

 Con Endre ha già trascorso una notte. Per sognare e raccontarsi i sogni all’alba.
Ma – lei distesa sul letto, lui su un materassino – in attesa del sonno, hanno solo guardato per ore il riflettersi delle ombre e delle luci esterne sul soffitto. Al mattino non han trovato di meglio che giocare a carte e capire che forse possono essere soltanto amici. Questa, almeno, è la soluzione da lui proposta. Che per lei significa, invece, la fine della possibilità a cui si sente ormai aperta. Perciò, qualche giorno dopo, gli chiede se può andare di nuovo da lui per un’altra notte insieme. Endre le dice di no. Ha deciso di chiudere con i sentimenti.
Si ritrae, come spesso fa l’uomo in preda al terrore dell’abisso, allorquando nella donna si risveglia la femminilità, dal profondo.

 Tornata a casa, Mária rassetta, mette in ordine ogni cosa. Quindi, porta in bagno la radio. Entra nuda nella vasca. Avvia il CD. Apre il rubinetto dell’acqua. Poi, con una scheggia di vetro e con precisione chirurgica, si incide l’arteria al polso sinistro.
L’attesa della morte ha per compagna la canzone di Laura Marling. Che però presto si interrompe poiché la radio si spegne. Così restano solo il gocciolare dell’acqua e lo zampillare a fiotti del sangue. Come quello degli animali uccisi al mattatoio.
Sennonché, quando tutto sta per volgere al termine, Endre la chiama al telefono. Perché, mentre vorrebbe allontanarsi da lei, la cerca e l’ama immensamente.
Ci sarà dunque il lieto fine!?
Lei tampona in fretta la ferita, ma ripulisce con cura maniacale le piastrelle insanguinate. Si fa medicare al pronto soccorso e scappa via, non appena sente che deve avere un colloquio con uno psicologo.
Una volta da lui, facendo l’amore, si guardano negli occhi. L’uno con tenerezza e profondo respiro, l’altra con respiro più lieve e sguardo pensoso, fino all’orgasmo – forse solo di lui. Poi, tenendo dolcemente fra i loro nudi corpi-anime il braccio paralizzato di lui e il polso fasciato di lei, rimangono congiunti/disgiunti. E pian piano cedono al sonno.
Al mattino, a colazione, ridono scherzosi quando lei taglia un pomodoro e lui viene investito dallo schizzo del succo: rosso come il sangue del mattatoio o del tentato suicidio.
Dal tragico delle cose profonde son passati alla commedia leggera della quotidianità.
«Stanotte che cosa hai sognato?» – dice Endre, aggiungendo che lui non se lo ricorda.  «Credo di non aver sognato assolutamente niente». Risponde Mária, dopo aver tolto con la mano le briciole del pane sul tavolo.
E tace. Rimane pensosa. Guardando lui, vede il bosco innevato e qualche goccia d’acqua che cade nello stagno, come quelle del rubinetto nella vasca insanguinata.
I cervi sono scomparsi. Anche gli alberi stecchiti si dissolvono – come i sogni.
Resta solo una luce bianco-grigiastra. Il biancastro scialbore del quotidiano. Accompagnato dalla canzone di Laura Marling: dall’attesa di quel che non verrà.

  

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