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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

L'ALIENAZIONE TOTALE

dowload sorry 1In Sorry We Missed You e Io, Daniel Blake di Ken Loach l’ingranaggio spietato di un sistema che nasconde una reale schiavitù dietro una apparente libertà. La resistenza culturale di un operaio del cinema, schierato dalla parte degli sfruttati e degli ultimi.

                                 di NICOLA RANIERI

NICOLARANIERI1Ken Loach, da sempre contro l’iniquo sfruttamento dei lavoratori, non si dà tuttavia a realizzare film sugli sfruttati o sugli ultimi osservandoli da fuori; ma così tanto sta dalla loro parte da sentire, quasi da dentro, le ingiustizie che subiscono. Il suo sguardo non rifugge dalla cronaca, mediante personaggi inventati, per costruire una rappresentazione artistica che trasfiguri il reale. Anzi. Aderisce alla cronaca. Ne mette in risalto la quotidianità – con uno stile il più semplice possibile, spoglio di complicazioni estetiche o cinefile – affinché proprio la quotidianità tremenda dello sfruttamento e della sopraffazione divenga un grido: l’urlo di coloro che sono impossibilitati a ribellarsi.
Il realismo sociale caratterizza profondamente la sua estetica dell’impegno che, contrapponendosi alle narrazioni dominanti, è una autentica sfida al racconto dei potenti, alla ideologia imperante. Ogni suo film intende – con grande tensione etica – scuotere, educare e produrre ripercussioni politiche negli spettatori, mettendoli innanzitutto in condizione di recepirlo non passivamente. Appunto per questo, sin dal momento della ideazione, il film non può prescindere dalle caratteristiche precipue dei mezzi impiegati e da una precisa scelta. Quella di non magnificare le grandi possibilità della macchina da presa, bensì di aderire alla limitata possibilità dell’occhio umano. Perciò il regista utilizza (a esempio) il meno possibile il primo piano. Poiché questo, sebbene crei un rapporto più intimo con il soggetto, ha poco a che vedere con lo sguardo umano. Al cui servizio deve, invece, restare il cinema. Con rispetto. Con un montaggio dai tempi più lunghi, secondo un ritmo più consono alle umane facoltà, se vuole contrastare efficacemente i modi televisivi di confezionare prodotti audiovisivi destinati a ottundere i telespettatori e a diffondere l’ideologia dominante, nonché la alienante velocizzazione forsennata del techno tempo.
KEN LOACHQuella di Ken Loach è, insomma, la resistenza culturale di chi si considera operario del cinema. Talmente schierato dalla parte degli sfruttati e degli ultimi da sentirsi in continua lotta contro la strapotenza dei pochi, in un sistema neoliberistico in cui sembra più facile immaginare la fine del mondo che non la fine del capitalismo. Ossia, del vero responsabile dello scempio del pianeta e di tutti i viventi.
Contro un sistema siffatto egli punta la cinepresa, come un’arma, per sconvolgere lo status quo, la palude stagnante in cui sembra morta ogni lotta di classe. Tranne quella – spietata – nei confronti degli sfruttati. Oggi ridotti in schiavi mediante l’illusione di essere tutti imprenditori di se stessi.
Ѐ quanto il regista va denunciando da tempo. In particolare, negli ultimi due film. Prima dei quali (ormai ottantenne) pensava di ritirarsi come artista, ma non dall’impegno politico in senso stretto. Anzi contribuendo alla nascita, in Gran Bretagna, di Sinistra Unita: un partito che contrastasse il laburismo di destra alla Tony Blair. E riflettesse a fondo su un falso dilemma attualissimo: «I lavoratori si sfruttano meglio continuaDANIEL 1ndo a restare in una Europa fatta per privatizzare e umiliare ogni paese che non ce la fa a stare al passo, o si sfruttano meglio isolati dall’Europa, con Boris Johnson e Michael Gove pronti a distruggere ogni apparenza di protezione e a eliminare le leggi che regolano il lavoro?».
Ken Loach non ha dubbi amletici. Pensa che partiti e movimenti di sinistra debbano scegliere l’Europa (nonostante tutto) e far fronte comune contro il liberismo selvaggio, per contrastare la nuova schiavitù in un mondo del lavoro riprecipitato nelle condizioni assimilabili, pur nelle differenze, a quelle di quasi duecento anni fa; di prima che nascessero i sindacati.
Oggi la propaganda, la mistificazione culturale sono tali che (secondo il regista) in Gran Bretagna un laburista come Corbyn viene deriso non solo dalla destra, ma soprattutto dalla destra socialdemocratica. Da Tony Blair in primo luogo. Da colui che ha privatizzato le aziende pubbliche consegnandole alle multinazionali; e che ha provocato (insieme all’amico DANIEL 2Bush) un milione di vittime in Iraq.
Il tutto a vantaggio di pochi – ricchissimi. Di un sistema che, non solo alimenta a dismisura diseguaglianze insopportabili, ma produce quello scempio dell’intero pianeta che colpisce tanto i figli degli sfruttati quanto i figli degli sfruttatori. E riduce chiunque in stato di schiavitù – anche psichica – legalizzata e algoritmicamente organizzata tramite la reperibilità in ogni istante, la tecnologica sorveglianza, l’insicurezza generale, la obbligatoria precarizzazione in maniera che la lotta per la sopravvivenza, di tutti contro tutti, sia forsennata. E che tutti siano costretti a inventarsi un lavoro che non c’è. Rischiando sempre. Illudendosi di essere piccoli imprenditori. Ridotti invece in balìa di multinazionali che evadono le tasse e schiavizzano tutti su scala planetaria. Con l’unico scopo di fornire il servizio migliore al minor prezzo. Di tagliare quindi i costi, abbassando soprattutto il tenore di vita dei lavoratori. Sottoposti a prestazioni e orari massacranti.
Chi si ammala o perde un giorno o qualche ora di lavoro, non solo non guadagna, ma paga anche il costo di chi lo sostituisce.

Sorry We Missed You (2019) prosegue un discorso iniziato con Il mio amico Eric (2009) – sugli effetti devastanti prodotti dalla crisi economico-finanziaria del 2008 – un discorso che tocca il suo apice con Io, Daniel Blake (2016) premiato con la Palma d’oro a Cannes.

DANIEL 3Daniel Blake, dopo una vita da carpentiere, si ritrova a quasi sessant’anni senza lavoro a causa di una grave crisi cardiaca. Perciò, munitosi del certificato medico, chiede un regolare sussidio statale. Ma tali e tante sono le burocratiche procedure informatizzate a cui non riesce a far fronte (per via del suo analfabetismo digitale) che cerca di arrangiarsi con lavoretti che rivelano peraltro quanto talento artigianale vi sia nelle sue mani, di bravo lavoratore e cittadino onesto. Così umano da prendersi cura – nonostante le sue ristrettezze economiche – di Katie, una ragazza madre, e dei suoi piccoli Daisy e Dylan privi di sostentamento. Si incontrano per caso nell’ufficio di collocamento. Da dove vengono sbattuti fuori, perché protestano contro l’ottusità delle regole e degli astratti protocolli applicati alla lettera, perché rispondono con semplice buon senso a incomprensibili domande da arido questionario.
Ѐ la storia di quattro nuovi poveri, caduti in miseria per motivi diversi, ma accomunati dalla solidarietà e da una lotta impari per rivendicare la dignità, in un mondo che la calpesta a ogni piè sospinto.
In ciò sta il senso del martirio laico di Daniel Blake: votato, sino alla morte per infarto, al bisogno di affermare la dignità, di restare umano, di sentirsi cittadino. Proprio questo, infatti, egli proclama. Lo scrive su un muro. Lo dice a gran voce e con fierezza, insieme a un barbone, al cospetto di pochi curiosi in una strada di Newcastle.

L’ultimo film, ambientato dal regista nella medesima città, sprigiona altrettanta potenza espressiva e non minore coinvolgimento empatico dello spettatore.   

SORRY 2Sorry We Missed You (“Spiacenti di non avervi trovato” è la frase del bigliettino che i corrieri lasciano quando risulta assente il destinatario) inizia con la voce del protagonista che, a mo’ di curriculum, elenca su schermo nero i numerosi lavori precedenti.
Basta! Ricky ha deciso di dare una svolta alla sua vita e a quella della famiglia. Vuole mettersi in proprio e guadagnare per comprare una casa. Convince la moglie Abby a vendere la sua macchina per poter acquistare a rate un furgone; così intraprende un lavoro in franchise con una ditta di consegne a domicilio. Da nuovo imprenditore di se stesso, corre come un matto per quattordici o quindici ore al giorno dentro il furgone controllato dall’inseparabile scanner, che scandisce con i suoi bip ossessivi ogni istante della interminabile giornata.
La presunta emancipazione dal lavoro dipendente si rivela ben presto un inganno. Infatti un capoufficio lui ce l’ha; ed è pure tanto cinico e fetente quanto consapevole di essere a sua volta costretto entro il medesimo ingranaggio spietato che stritola entrambi e tutti gli altri, ognuno SORRY 3preso nella stessa competizione infernale. Lui rischia continuamente multe e incidenti, mentre s’affanna da un cliente all’altro in modo da totalizzare quante più firme/registrazioni possibili, per restare nella classifica dei migliori. Quando ha bisogno di assentarsi, paga centinaia di sterline per avere un sostituto, o mille sterline di punizione se rompe lo scanner. Lavora senza soste, senza tutele. Non ha un attimo, nemmeno per andare al bagno; si dota perciò di una bottiglietta per urinare.
Ricky è insomma un dipendente, ma non registrato come tale. Risulta un autonomo, al solo scopo di evitare alla ditta i costi dei diritti sul lavoro. Cancellati nel corso degli anni dai governi conservatori, ma pure da quelli sedicenti laburisti.
«Sarai padrone del tuo destino» – gli dice il capoufficio, credendosi padrone a sua volta. «Lavori con noi, non per noi». «Non vieni assunto, ma vieni integrato».
Ovvero, sei libero di essere legato alla catena dei tempi contingentati: uno schiavo col cappio al collo nell’epoca dell’ipersfruttamento neoliberistico, imposto mediante la più totale deregulation.Il protagonista scopre a sue spese quanto sia illusorio il sogno di cambiare vita e diventare quel “padrone di se stesso” che il liberismo selvaggio promette a ciascuno, per meglio sfruttarlo in modo intollerabile. Riducendolo così in preda a debiti a non finire e nella impossibilità dedicare una qualche attenzione ai figli e alla moglie. La quale, a sua volta sballottata tutto il giorno sui mezzi pubblici (dopo aver venduto la macchina), non ha tempo per lui e i figli, presa com’è dal lavoro di badante a cottimo presso anziani non autosufficienti. Dalle cui affettuose mani riceve, ogni tanto e per riconoscenza, una carezza che la consola.
Così, questa coppia di Newcastle vede man mano sgretolarsi l’illusione di un rapido miglioramento economico; e crescere invece l’ansia, la tensione fra loro. Ma pure con il figlio più grande: uno scontroso graffitaro metropolitano, immerso nelle turbe giovanili e in un crescente ribellismo contro la famiglia e il sistema. Con la figlia, ancora bambina, i problemi sono diversi ma non meno complessi, benché sia già capace di organizzarsi da sola, seguendo le indicazioni che la mamma le dà tramite cellulare fra un bus e l’altro.

A chi ritiene esagerata una simile storia, Paul Laverty – lo sceneggiatore di questo e di altri sette film di Ken Loach – risponde: «Con tutte le storie tremende che abbiamo raccolto avremmo potuto fare un film dieci volte più drammatico». Senza alcuna esagerazione, dato che il nostro è il tempo in cui Amazon paga gli psicologi per convincere i dipendenti dei vantaggi del lavoro senza tutele; per illuderli, attraverso una martellante retorica sulla libertà di poter essere autonomi. Attraverso un linguaggio mistificatorio: «Non ti assumiamo, ti prendiamo a bordo». «Non prendi un salario, ma una commissione».SORRY 4
Ѐ un trucco geniale per convincere il lavoratore di non essere un dipendente, onde poter trasferire i rischi su di lui. Che se ne sta in giro tutto il giorno al guinzaglio dello scanner, della schiavitù digitale. Altro che liberazione tecnologica!
A sera poi, ormai fisicamente e psichicamente distrutto, precipita nell’inferno famigliare degli effetti devastanti – di un simile lavoro – su se stesso e su ogni rapporto.
Rapporti umani in preda a una alienazione totale. Perché non riguarda più soltanto il lavoro di fabbrica in cui vige il feticismo delle merci – diceva Marx. Ma riguarda qualsiasi lavoro o rapporto, persino nel cosiddetto “tempo libero”.
Si tratta – in termini psichiatrici – della più radicale perdita di sé o di vera e propria depersonalizzazione.
Non molto diversamente da ciò che Marx intendeva con la inversione fra soggetto e oggetto. Una inversione in cui le merci, i mezzi tecnici e il profitto divengono il soggetto. Rispetto al quale l’essere umano, perdendo se stesso in quanto tale, diventa l’oggetto: una appendice di carne e sangue della macchina. Un utile idiota post-umano da persuadere, affinché comprenda che il migliore dei mondi possibili è questo «universo orrendo» in cui uno schiavo deve illudersi di essere un libero padrone di se medesimo.

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