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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

IL SALE DELLA TERRA

NICOLARANIERI1Il film mette in figura lo sguardo di Sebastião Salgado, il fotografo degli ultimi, capace di erigere monumenti alla dignità umana nel mentre ritrae storie di miseria, di fame, di indigenza, di catastrofi sociali e naturali, di malattie endemiche che non lasciano scampo.

  di NICOLA RANIERI

SALE TERRAIl film mette in figura il mondo visto dallo sguardo di Sebastião Salgado, il fotografo degli ultimi soprattutto, delle loro immani difficoltà, costretti come sono a vivere-morire allo stremo delle proprie forze.
Ricostruendo quasi cronologicamente i suoi viaggi conoscitivi, il racconto intreccia tre punti di vista con altrettante voci narranti: quello di Salgado medesimo, intento a riflettere sulle sue opere, riosservandole a distanza di anni; quello, in campo e dall’interno, del figlio Juliano Ribeiro; quello fuori campo, “esterno” e profondamente rispettoso, di Wim Wenders che, filmando le foto e il loro creatore, ne delinea un intenso ritratto artistico e umanissimo.
Il sale della terra (2014) è un documentario mirabilmente fuso con una storia “wendersiana”, ma tanto antica da rimandare al rapporto fra Telemaco e Ulisse. Narra, infatti, di un figlio (Juliano) cresciuto con un padre che per lunghissimi periodi spariva ed era assente pure quando tornava a casa, poiché sempre intento (con l’aiuto della moglie Lélia Wanick) a riorganizzare in opere rigorose le immagini dei suoi molti reportage. Questo ragazzo non conosceva affatto il padre. Perciò, cresciuto e divenuto documentarista a sua volta, decide di compiere un viaggio con lui, di filmare la lunga preparazione e la realizzazione dei suoi mirabili scatti, per capire così chi egli sia e quale sguardo e profondo sentire lo spingano a girare per l’intero pianeta da fotografo militante.
Ѐ, insomma, la biografia di Salgado insieme alla storia della sua famiglia e della moglie in particolare, la quale si sacrifica lasciando il lavoro per consentire a lui di fare il proprio. Wenders racconta tutto con grande discrezione e a partire dall’inizio.
Nel 1973, a 29 anni, Salgado – già fuoriuscito dal Brasile e avendo rinunciato a diventare economista – sceglie di fare della fotografia lo scopo di una vita dedita a correlare in modo inestricabile il fotografare e il viaggiare al fine di osservare e comprendere, mediante le immagini, gli esseri umani nei loro ambienti spesso sconvolti da impetuose trasformazioni devastanti. (Del resto è ciò che a suo modo fa da sempre lo stesso Wenders, attraverso la passione per la fotografia e il cinema on the road).

Ѐ la storia soprattutto dei reportage, di tanti progetti fotografici confluiti poi in famose raccolte editoriali nel corso di ben quaranta anni.
Otras Américas (1977-1984): nelle sterminate terre sudamericane, gli usi, i costumi, le credenze delle popolazioni indigene seguono ancora il ritmo lento del tempo, dell’andare e venire delle stagioni, del morire e rinascere secondo il fatale ordine della natura.
Brasil (1981-1983) è un viaggio nel Nord-Est del proprio paese per testimoniare-denunciare le piaghe sociali del mondo contadino oppresso e in rivolta. E appunto nel suo Brasile egli scopre e fotografa qualcosa di inaudito, la miniera d’oro di Sierra Pelada. Dove una massa di migliaia e migliaia di individui di ogni classe sociale è talmente schiava dell’idea di arricchire che continua a inerpicarsi e ridiscendere per ripidissime scale con sulle spalle secchi di fango all’unico scopo di trovarvi le pepite d’oro. Ѐ il segno inequivocabile che la smania dell’arricchimento non alligna soltanto nella legge fondamentale del capitalismo come accumulazione fine a se stessa, ma alberga nelle aspettative dei molti di voler risolvere con l’avere il problema mai facile dell’esistere.
Ma al grande fotografo capita di assistere, in Africa, a cose che letteralmente lo sconvolgono.
1Sahel. The end of the road (1984-1986) testimonia storie di miseria, di fame, di assoluta indigenza assommata a catastrofi sociali e naturali, a endemiche malattie che non lasciano scampo. Eppure, in tanta miseria, erige monumenti fotografici alla umana dignità. A una donna tuareg cieca. A un uomo stremato ma ancora dalla schiena dritta e dal penetrante sguardo deciso, con in braccio l’esanime corpo del figlio ridotto a uno scheletro. A un bambino seminudo, in compagnia del suo cane, mentre guarda l’orizzonte con fierezza, nobile dignità e speranza nel futuro, benché cammini per un arido suolo riarso dalla siccità.
Workers. La mano dell’uomo (1986-1991) rappresenta un inno al lavoro in tutti i continenti, nelle condizioni più avverse e pericolose, come quelle affrontate dai pompieri canadesi in Kuwait nel 1991 tra le centinaia di pozzi petroliferi fatti incendiare da Saddam Hussein. Un lavoro impari rispetto alla violenza che devasta la terra. E che costringe i popoli a migrare per sfuggire alla guerra, alla fame, ai soprusi e alla ferocia senza fine, anche in Europa, come mostra Yugoslavia (1994-1995) con le immagini dei rifugiati in Bosnia. Ma la immane tragedia della migrazione si è fatta ormai planetaria, sotto il predominio del mercato globale e delle sue disastrose conseguenze.
3Exodus (1993-1999) presenta infatti le situazioni strazianti di tutti i continenti, però si sofferma soprattutto sull’Africa, sull’abominio delle uccisioni, dello sterminio di massa in Rwanda, ove Salgado torna più volte per mostrare al mondo l’orrore del genocidio quotidiano di migliaia di persone. Rimane così sconvolto – al cospetto di tanta atrocità – da non credere più a nulla, da ritenere che non vi sia scampo per il genere umano, essendo divenuto un inferno il vivere in un mondo siffatto. Preso da un totale sconforto, decide di abbandonare la fotografia, divenuta priva di senso nel desolato pianeta senza alcuna speranza.
E tuttavia, rincuorato e sostenuto come sempre dalla moglie, insieme a lei dà vita a un grandioso progetto: riforestare, in Brasile, le terre di proprietà dei suoi avi. Sicché, da un simile progetto, anche la passione per la fotografia rifiorisce. Come profondo atto d’amore per l’umanità e la natura nonché per se stesso. Per non cedere alla disperazione.
Genesis (2004-2013) è il frutto maturo di un vero e proprio giro del mondo per foreste, ghiacciai, montagne, deserti, oceani. Un viaggio in nome e in cerca dell’origine, della maestà dei primordi ognora agenti contro lo spietato processo di “modernizzazione” forzata che, invece, tutto riduce in macerie e immondezzaio. Da un autentico moto di empatia con le altrui sofferenze; da uno schierarsi dalla parte degli umani e di tutti gli altri viventi – sopraffatti dalla predatoria legge dell’accumulo fine a se stesso – nasce questa più profonda consapevolezza etica e poetica, scaturita dal sentirsi in accordo con l’interiore ritorno alla sua Itaca. Che da dentro lo abita, mentre viaggia per l’intero pianeta guardandolo, stupito, anche nella sua lussureggiante bellezza, nella sua perenne disposizione naturale a rigenerarsi. Vedendolo attraverso la fotografia essenzializzata, fin dall’inizio, nell’espressivo splendore del bianco e nero.

A chi non lo comprende e addirittura lo accusa di aver abbandonato la militanza artistica dandosi al paesaggismo, egli risponde di non voler essere artista ma fotografo. Uno che usa la fotografia (nell’epoca in cui tutti fotografano e si fotografano) non per guardare e guardarsi voyeuristicamente. Bensì per vedere attraverso l’immagine – con studiato antinaturalismo costruita – lo scempio del mondo. Relativizzandolo però, in maniera che risulti evidente come lo scempio sia sì planetario, ma come al contempo anche un nuovo inizio sia possibile o sempre in atto: un rigenerarsi dei viventi su quelle basi intrinseche alla naturalità del divenire. La cui inarrestabilità va riconosciuta e accolta da parte degli esseri umani. I quali (come vien detto in Matteo 5, 13-16) sono di certo Il sale della terra, poiché senza di loro la terra non saprebbe di sé. Debbono tuttavia sapere – gli umani – che come sono apparsi così spariranno nell’incessante divenire.
Nella sua fase più recente, Salgado non si trasforma in paesaggista (in un cercatore di “paesaggi mozzafiato” oggi tanto di moda). Intende, piuttosto, risalire all’origine. Non per regredire, ma perché solo dal sentirsi in accordo con l’origine si origina di continuo il nuovo, in un perenne trasformarsi di ogni cosa.
Bisogna aver visto la fine del mondo, l’apocalisse quale estremo approdo della accecante volontà di dominio. Bisogna aver visto gli occhi degli ultimi – dei “dannati della terra” – pieni di dignità (nonostante il loro doloroso calvario) per poter riscoprire il donde e il dove della dignità. Che gli ipercivili hanno perduto lungo i secoli della loro tronfia potenza. E che, invece, negli occhi degli ultimi ancora traluce assonante con la coscienza del divenire, dell’inesorabile 2mutamento che travolge pure la tracotanza dei potenti, riprecipitandoli nel naturale morire e rinascere entro un inesausto movimento.
Salgado – con sguardo poetico, etico e politico – non a caso essenzializza le immagini in bianco e nero, per cogliere il movimento allo stato nascente.
Sembra quasi un paradosso. Nell’istantanea, il movimento viene scolpito non nel suo fermarsi in fissità. Bensì nell’istante, appunto, del suo prendere forma; nell’attimo in cui artisticamente coincidono lo scatto fotografico e quello del gesto fotografato, a cui l’immagine conferisce una inaudita vitalità indelebilmente espressiva. Espressiva, perché frutto di una profonda consapevolezza del valore del movimento nella scrittura con la luce entro uno spazio e un tempo già, per così dire, cinematografici. Entro una teoria e una pratica del vedere in cui, in ogni scatto, restano vivi e palpitanti anche lo stupore, il terrore e la meraviglia del fotografo: la sua angoscia per il dolore di cui la terra trabocca, e al contempo il suo dovere di testimoniarlo con una immagine che sia imago vitae e non imago mortis che raggela il divenire in fissità mortuaria.
Guardare, fotografare – come creativo gesto morale – con empatia e rispetto. Ѐ ciò che fa anche Wenders nel film: in questa opera sull’opera altrui. Attraverso la quale il regista (insieme a Juliano Ribeiro) mette in figura il mondo visto dallo sguardo del fotografo Salgado. Un regista – Wenders – che da sempre considera il vedere un immergersi nel mondo anziché un prenderne le distanze e distaccarsene, come invece avviene nel pensare. Ma il regista e il fotografo, quantunque vi si immergano, per professione vedono il mondo attraverso il cinema e la fotografia. Quindi per mezzo di strumenti che li distanziano, inducendoli così a pensare. E intanto ciò che filmano e fotografano muta continuamente sotto i loro occhi, come mutano del resto loro stessi. Inesorabilmente.    

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