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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

L'ORIZZONTE DEGLI EVENTI

NICOLARANIERI1Cos’hanno in comune i ricercatori che lavorano nelle profondità del Gran Sasso con i pastori che ne calcano la superficie esterna? E la fisica ha a che fare in qualche modo con l’etica? Attraverso una storia che mette in relazione le viscere e la superficie della terra e dell’animo umano, il film di Daniele Vicari demistifica lo stereotipo dello scienziato, con sguardo segnato da un forte impegno civile.

di NICOLA RANIERI

ORIZZONTE1
Nel settembre del 2004 – con altri docenti di Filosofia e di Fisica nei Licei Classici e Scientifici – partecipai a un corso propedeutico al lavoro interdisciplinare da svolgere con gli studenti e da concludere entro il 2005, in occasione del centenario di quell’anno mirabile (1905) in cui Albert Einstein concepì una delle più grandi rivoluzioni scientifiche: la Relatività ristretta, o speciale, alla quale seguì (nel 1916) la Relatività generale. Sede del Corso – e poi della presentazione dei lavori realizzati dagli insegnanti con numerosi studenti – era quella dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS).
Durante quei lunghi giorni di lezioni, gruppi di lavoro, discussioni di altissimo livello, pensai all’idea stessa di laboratorio. Mi risuonava nella mente la definizione di esperimento, secondo Stefan Amsterdamski: «condizioni artificiali organizzate dallo sperimentatore». Perché gli esperimenti non sono possibili in condizioni naturali. Infatti due importanti Laboratori di fisica, come il CERN e i LNGS, ne sono fulgidi esempi. Entrambi costruiti sottoterra e per creare condizioni artificiali: quello ginevrino a un centinaio di metri di profondità, quelli abruzzesi sotto un chilometro e mezzo di roccia, che fa da schermo alla maggior parte delle particelle in arrivo sul nostro pianeta e riduce – rispetto alla superficie della terra – il “rumore di fondo” delle particelle, in maniera da avvicinare il flusso dei raggi cosmici al “silenzio cosmico”. Ossia alla condizione ideale per studiare le particelle prescelte (i neutrini) isolate dalle altre.
Sembra un paradosso, ma non lo è. Bisogna difendersi proprio da ciò che si intende “osservare”: la materia delle stelle: i neutrini solari, di massa nulla.
ORIZZONTE 2Uno sguardo più indiretto e più antinaturalistico di questo, forse, non c’è. Si tratta, insomma, della quintessenza dell’impresa scientifica. Le cui basi vennero poste da Galilei con l’idea metodologica di difalcare i fenomeni, di toglierli dal contesto naturale per poterli osservare – allora tramite esperimenti solo mentali, oggi in condizioni viepiù artificiali.
Ripensai all’immenso cammino da Galilei a Einstein e fino ai nostri giorni, lungo il quale gli oggetti fisici si sono trasformati quasi esclusivamente in oggetti immateriali, coincidenti con le equazioni e i sistemi di calcolo che li designano. Così ebbi l’idea di un ipertesto multimediale (da proporre agli studenti) che ricostruisse in tre nodi concettuali la storia dell’oggetto della fisica e la scomparsa sia dell’oggetto sensibile sia del soggetto che dall’esterno dovrebbe osservarlo.
Intanto continuavo a riflettere su quei ricercatori rinserrati nelle viscere della terra; lontanissimi ormai – e io con loro – dalla materialità e naturalità delle cose. Eppure ancora umani, come tutti noi, in un tempo in cui anche il contadino più sprovveduto (scientificamente parlando) non può che praticare un’agricoltura tecnologizzata – in serra o all’aperto – cioè in condizioni artificiali da lui organizzate.
Tutti siamo diventati quasi disumani, eppure ancora umano-animali e con un cervello che in sé contiene i molti strati della sua evoluzione, perfino quelli dei primordi, del cervello di rettile o di topo e così via.
In un lampo mi vidi fra gli altri nell’Aula magna dei Laboratori a disquisire sulle grandi rivoluzioni filosofico-scientifiche, non ignorando tuttavia la presenza sull’altopiano di Campo Imperatore dei pastori, pure loro primordiali e modernissimi come tutti noi. Come la storia stessa, che reca con sé i precedenti stadi di sviluppo entro un continuo progredire e regredire anche. Ma non sapevo che, proprio in quel periodo, un giovane regista stava girando un film a partire da una sua idea non molto dissimile dalla mia, benché ovviamente diversa e secondo un modo di sentire differente – come avrei scoperto in seguito, conoscendolo e avendo l’occasione, solo di recente, di dirglielo.

ORIZZONTE4L’orizzonte degli eventi (2005) Daniele Vicari lo ha girato a Roma, a L’Aquila e principalmente sotto e sopra il Gran Sasso: dentro i Laboratori e nell’ovile di un giovane pastore albanese, taglieggiato da criminali ricattatori senza scrupoli.
Max, il protagonista, è uno scienziato dei LNGS, impegnato nel progetto di ricerca sui neutrini. I quali sono di tre tipi. Ma passano – oscillano – da una tipologia all’altra. Risultano “imprendibili”, di difficile individuazione. Come, d’altronde, lo è anche la materia oscura. Non a caso, infatti, L’orizzonte degli eventi è un titolo mutuato proprio dalla fisica contemporanea. Secondo la quale, l’orizzonte – il limite – dell’universo osservabile si allontana all’avvicinarsi dell’osservatore. Perché il suddetto limite è una particolare regione dello spaziotempo  oltre la quale non è più possibile osservare un fenomeno, come quello dei buchi neri. Il titolo del film non rimanda però all’orizzonte degli eventi solo nel senso della fisica, ma pure in senso storico, sociale, umano nonché etico. Ed è ciò che maggiormente interessa al regista: un orizzonte che non separi il progresso in campo scientifico da quello in tutti gli altri ambiti del vivere sociale – comportamentali, sentimentali o morali che siano.
Infatti, come direbbe Wittgenstein: «Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure toccati. Certo allora non resta più domanda alcuna».
Allora (in futuro) o ora (come sempre) il problema decisivo per l’uomo resta quello dei suoi comportamenti, di ciò che lo rende uomo – scienziato o contadino o pastore che egli sia –; di come si comporta rispetto agli altri, al mondo e a se stesso.

Il protagonista è sì uno scienziato, ma ha anche un tormentato rapporto psicologico con il padre, da poco morto. Questi venne arrestato per corruzione durante la stagione di Tangentopoli. Perciò Max ancora si vergogna di lui e della sua memoria. Tuttavia, inconsciamente ma nemmeno tanto, ricrea dentro di sé e nei rapporti con gli altri una condizione non molto diversa da quella paterna, pur nelle differenze generazionali. Tant’è che, per affermarsi quale importante figura di fisico in campo internazionale, arriva a modificare i dati della ricerca, compiendo così un atto moralmente e professionalmente riprovevole. Dimostrandosi per giunta un traditore della fiducia in lui riposta dal professor Revelli, che lo aveva nominato suo successore nella direzione del grande progetto scientifico.
Ѐ, insomma, un personaggio emblematico dei mutamenti generazionali e quasi antropologici, non solo nel mondo imprenditoriale ma pure in quello della ricerca. Tanto Max risulta disumano, arrivista, spregiudicato, manipolatore di dati e al contempo fideisticamente dipendente dal formalismo computazionale dei calcolatori elettronici, quanto Revelli è invece uno scienziato filosofo pieno di dubbi, onesto non soltanto intellettualmente, umanamente ricco e capace di assaporare – in solitudine possibilmente – bianche nuvole in viaggio nell’azzurro cielo sul mare. Perciò ritenuto solo un vecchio prossimo a morire, da parte di questo suo allievo truffaldino, spietatamente competitivo, carrierista privo di scrupoli morali e di regole. Talmente incapace di vedere qualsiasi cosa oltre i dati (manipolati o no che siano), e oltre il proprio tornaconto, da mostrarsi anaffettivo. Nemmeno è in grado di sostenere lo sguardo di Anais – la collega francese – che ha scoperto il suo imbroglio e perciò lo disprezza, pur amandolo non riamata da uno incapace di amare. Che però, ora, sembra avere un barlume di consapevolezza. Entra in crisi. Si isola, con la voglia di sparire.
Se ne va in macchina di notte, verso Campo Imperatore, lontano da tutti e da tutto.
A causa del buio, della pioggia, della velocità, esce di strada; si schianta con l’auto e perde i sensi.
ORIZZONTE 3Al mattino viene ritrovato malconcio da Bajram, il pastore albanese che lo cura; gli dà da mangiare; lo ospita nella baracca dell’ovile. Dicendogli però di andarsene al più presto: lo ha aiutato al momento del bisogno ma, una volta ristabilito, non lo vuole fra i piedi; ha già troppi guai con i ricattatori che lo taglieggiano. Max invece vorrebbe restare il più a lungo possibile. Pur di non rientrare nel suo mondo divenutogli ostile, cerca di adattarsi alle dure condizioni di vita, al buio, al freddo, ai fulmini che cadano di frequente. Finché Bajram non gli dice di andarsene e basta, perché lui non ha più scampo: o dà cinquemila euro ai taglieggiatori o questi lo ammazzano.
Max, che sembra rinato dopo una simile esperienza, fa un gesto di profonda amicizia nei confronti di chi – pur in mezzo ai propri guai – gli ha salvato la vita. Si offre di pagare quei soldi. Va dunque a L’Aquila per prelevare il denaro in banca. Ma, quando sta per riprendere l’autobus, rientra nella vita precedente. Piange, sì, ma non riparte. Non torna da Bajram (che intanto viene barbaramente trucidato). Si reca da Anais, con la speranza di essere perdonato e riaccolto.
Ѐ notte ormai. Suona al campanello della casa di lei, che gli apre non appena ne riconosce la voce. Lui entra e chiude dietro di sé il pesante portone, in faccia al mondo, a tutto ciò che non riguarda se stesso.
La macchina da presa carrella indietro – dalla porta alla strada e indietro ancora. Si ritrae, allontanandosi da un così ripugnante personaggio. Del quale, all’inizio, aveva seguito l’entrata al lavoro nei Laboratori, inquadrandogli la testa da dietro quasi a volerne penetrare il cervello, la mente e la psiche per indagare la personalità, la tempra umana e morale. Adesso, da un personaggio simile, è meglio ritrarsi.   

ORIZZONTI5Daniele Vicari, a distanza di anni, racconta: «Quando andavo a presentare il film in giro per l’Italia, incontravo sempre qualcuno che mi diceva “quello però non è uno scienziato, è un delinquente; mica è credibile”. Cioè, in anni in cui comportamenti del genere erano (o sono) all’ordine del giorno, e in tutti gli ambienti, uno dei rimproveri era (ed è) la loro credibilità».
Credibilità! Rispetto a cosa?
Allo stereotipo dello scienziato.
Ed è proprio ciò che il film demistifica, analizzando con forte impegno civile i cambiamenti epocali e l’incapacità – dei molti – di mantenere un atteggiamento critico pure nei confronti di figure una volta ritenute al di sopra di ogni dubbio.        

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