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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

IL SENSO DELLA BELLEZZA

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Arte e scienza al CERN
Documentario (2017)
di Valerio Jalongo


di NICOLA RANIERI

Alcuni la chiamano la religione del nostro tempo.
Anche se ha rotto lo specchio del mondo in mille frammenti.

La scienza.
A volte sembra che sia lei a condurci per mano,
senza dirci dove stiamo andando.

NICOLARANIERI1A questa didascalia, dai bianchi caratteri sul nero dell’inquadratura iniziale, seguono immagini di foreste, ghiacciai, cieli azzurri con chiare nuvole spazzate dal vento, prati in fiore. Mentre, quasi in contrasto rispetto a un così parvente tripudio di naturale beltà che dovrebbe allietare la vista e ristorare l’animo nostro, la voce fuori campo rammemora il celebre frammento eracliteo: La natura ama nascondersi.
Lo richiama, per ricordarci quanto essa sia fuori e dentro di noi.
La sua intima presenza talmente ci pervade da sospingerci verso domande inevitabili.
Come possiamo vivere insieme a qualcosa che celandosi si annida nel profondo, perfino di noi stessi?
Cosa mai si può sapere di siffatta natura, che non ama mettersi in piazza?

Intanto scorrono immagini del CERN di Ginevra, del suo gigantesco anello acceleratore (a cento metri di profondità e lungo ventisette chilometri) entro cui si producono miliardi di collisioni al secondo fra invisibili particelle infinitesime, mentre enormi rivelatori, o contatori, scattano ogni secondo quaranta milioni di “fotografie”. Le quali, però, non sono fotografie su cui costruire una teoria. Perché questa parla in linguaggio matematico anziché visivo. Non possono esservi, infatti, immagini di eventi che esorbitano dai nostri cinque sensi.

2SENSOE così, durante l’estate del 2012, nelle viscere sotterranee del Centro Europeo di Fisica delle particelle (che da oltre sessant’anni non persegue fini applicativi o utilitaristici) è stato “catturato” il bosone di Higgs: la particella di Dio.
Proprio qui, nel laboratorio più grande del mondo. Ove migliaia di scienziati sono raccolti attorno alle grandi domande sull’universo, sulle cose più nascoste, sull’energia pura. Sono raccolti attorno all’invisibile.
Sembra paradossale.
Tutto ciò che vediamo, tocchiamo (anche di noi) è fatto di particelle invisibili. Le quali solo indirettamente possono essere scoperte, attraverso le tracce lasciate da altre nei miliardesimi di secondo di una collisione – sperimentalmente provocata all’interno del gigantesco acceleratore di particelle. Le loro tracce difficilmente sono organizzabili in immagini, trattandosi di una specie di danza invisibile, di un mondo quantistico molto simile a quello dell’arte astratta contemporanea i cui segni non si organizzano in figure o forme riconoscibili – come invece era possibile nella rappresentazione pittorica tradizionale. Allo stesso modo, se le leggi della fisica ottocentesca ancora conservavano un qualche richiamo al nostro senso comune, quelle del Novecento nulla hanno a che fare con l’ordinaria percezione della realtà. Perciò la materialità delle cose sembra essersi dissolta nelle equazioni di leggi poste sotto il segno della indeterminazione e della probabilità. Tant’è che Einstein, polemizzando con la fisica quantistica (a cui peraltro aveva contribuito con la teoria dei fotoni), amava ripetere: «Dio non gioca a dadi».
La realtà è divenuta così sfuggente che non riusciamo a farcene un’idea dotata di una qual certa stabilità, o a definirla in maniera da rendere rassicurante il mondo ordinario in cui viviamo. Il quale costituisce, piuttosto, l’eccezione rispetto alla regola delle leggi fisiche che, matematicamente, definiscono il quadro teorico entro cui si intende osservare i fenomeni nel vuoto, ovvero in condizioni artificiali organizzate dallo sperimentatore.
In dette condizioni, i fisici del CERN – emblematiche figure della scienza moderna, ormai giunta al culmine di un percorso plurisecolare – ricercano l’ordine sotteso all’apparente disordine del mondo percepibile con i sensi.

Il film, a più riprese e per montaggio parallelo, associa interni del laboratorio e quadri o installazioni di arte contemporanea. Mostra, dunque, come fisici e artisti (che a tratti sembrano intercambiabili durante le interviste) finiscano per fare la medesima scoperta: la impossibilità di rappresentare la natura in modo diretto e attraverso immagini riconoscibili. I primi descrivono il mondo sub-atomico mediante astratti modelli matematici di cose che l’osservatore non riuscirebbe a scorgere altrimenti. I secondi – per immaginare l’invisibile – spesso si ispirano a teorie scientifiche, e ne illustrano magari alcuni aspetti che già in partenza erano esperimenti mentali; immaginati soltanto.
Gli stessi esperimenti approntati al CERN, più che verificare una teoria, intendono conoscere i processi che hanno generato la materia o, meglio, le trasformazioni energetiche. Tentano di ricreare il Big bang dentro una macchina del tempo in cui la storia dell’universo va all’indietro, fino a una sorta di minuscola capocchia di spillo da cui sembra che tutto sia cominciato.
Insomma arte e scienza risultano accomunate, più di quanto non si creda, in una esperienza di rivelazione dell’invisibile.
Invisibile che, mentre pare rivelarsi, si vela di nuovo – quasi a conferma di quel nascondersi della natura evocato da Eraclito. Per questo, non solo gli artisti, pure i fisici han bisogno dell’immaginazione affinché l’invisibile si riveli entro un mondo in perpetuo movimento. Ove (al contrario delle meccaniche scissioni inventate dalla mentalità scientifica nel corso del tempo) il moto di un atomo è connesso a quello di miliardi di miliardi di atomi e di campi di energia di cui i fisici conoscono solo le matrici, cioè i propri sistemi di calcolo, dato che appunto il linguaggio matematico caratterizza il lavoro scientifico (come altri linguaggi sono intrinseci alle svariate attività umane).
Già Galilei – e ben prima di lui Pitagora – pensa che la natura si esprima o sia scritta in linguaggio matematico.
Questa idea della natura è la più innaturale che si possa pensare. La scienza, infatti, è antinaturalistica per definizione. Ѐ astratta; tutto divide per ricomporre; procede per scomposizione di scomposizioni; sperimenta in condizioni artificiali; insegue la particella ultima su cui ricostruire, per somma, l’intero edificio conoscitivo.
Tuttavia, una teoria deve essere semplice e bella per poter conseguire la maggiore verità possibile. La Relatività generale di Einstein (a esempio) è tanto semplice e bella quanto difficilissima da capire.
Nel corso del Novecento, gli artisti hanno quasi smesso di parlare di bellezza. Mentre ne han parlato, sempre di più, gli scienziati. Perché, se le teorie son belle ed eleganti, vuol dire che in esse vi è qualcosa di giusto e di vero.
Ma, soprattutto, non esiste una intrinseca bellezza nelle cose. Essa proviene, invece, dalla nostra mente. Dal pensiero che, immaginando, conferisce bellezza all’universo, al suo mistero. La cui bellezza sta nella sua ricerca. Ossia negli occhi e nella mente di chi, volendo stabilire una relazione fra le cose, scorge simmetrie o motivi ricorrenti. Come nei mosaici (a esempio) oppure negli eventi naturali, nel loro ciclico ripetersi.
Sicché, tutto appare quale riflesso di un ordine che governa l’universo. Un ordine, però, costruito dalla nostra mente per paura del disordine distruttore.
3SENSOInvece, l’universo è simultaneamente ordine e caos. E proprio dal caos tutto nasce, anziché dalle ordinate simmetrie. Una perfetta simmetria, infatti, assomiglia a una prigione. E tale è l’umana costruzione del bello (o il rinunciarvi) da quando scienza e arte hanno smarrito lo stupore: quella bellezza estetica del cosmo, nel suo significato originario di sensazioneaisthesis – di pienezza dei sensi.
Gli scienziati e gli artisti odierni, volendo sapere ciò che ancora non sanno, e sospinti come sono dal dubbio e dalla mancanza di certezze, cercano il senso delle cose. Che però non c’è. Perché ognora sfugge, data la incolmabile distanza fra le cose di per sé e i linguaggi e le immagini che dovrebbero dare ad esse significato e senso, appunto. Così scoprono che sotto una astratta immagine costruita (o un modello matematico) ve ne è un’altra, e sotto questa un’altra ancora, fino alla vera immagine della realtà, assoluta e misteriosa, che nessuno vedrà mai.

Verso la fine, il film mostra incisioni rupestri di animali entro una caverna della Francia meridionale. La voce fuori campo le commenta dicendo che i cacciatori, prima di riuscire a catturare un animale, avevano bisogno di sognarlo; e che chi realizzò le incisioni cercava la profondità della caverna e il silenzio per tracciare l’immagine del mistero della natura, del suo ordine e della sua bellezza. Così il commento accosta i cavernicoli agli avveniristici scienziati odierni. I quali nel 2016, compiendo sottoterra (nella caverna tecnologica) il nuovo esperimento del CERN, annunciano che la misteriosa particella è solo una fluttuazione statistica, dato che la sua esistenza non è confermata.
Nessuna delle oltre quattrocento teorie, proposte dai fisici di tutto il mondo, si è dimostrata vera.
Forse nessuna di queste teorie era abbastanza bella. O forse nessuno l’aveva sognata prima – conclude la voce fuori campo.
Per stacco, dopo aver riproposto il titolo – Il senso della bellezza (ora con ben altro significato) –, la macchina da presa si sofferma di nuovo a contemplare i boschi gonfi di vento, la luna, i prati. Quindi, preceduta dalla didascalia Dedicato alla memoria di mia madre, l’ultima inquadratura mostra l’animazione di una mano che sfiora, tocca, accarezza il pianeta: Pangea, la Madre Terra.

Ovvero – si potrebbe aggiungere – la Natura  che ama nascondersi.
Che più la indaghi, meno la conosci; quando credi  di dominarla, ne sei dominato.
Solo se ne accogli il mistero, se la senti fuori e dentro di te, ti si concede.
Ti si dona, con la calda intimità del corpoanima – nostro e altrui.
Con la radiosa bellezza di un tramonto.
Il quale nulla dice a chi vuole sapere tutto sul sole, sull’atmosfera, sulla rotazione.
A chi ha rotto da tempo in mille frammenti lo specchio del mondo.
4E non sa più tenere disgiunti/congiunti il sapere scientifico e il poetico pensiero del cuore: lo spirito di geometria e lo spirito di finezza. Perché ha smarrito da tempo quell’armonica congiunzione degli opposti, quella sacralità originaria, evocata non a caso in un momento del film (quasi di passaggio ma con grande valenza simbolica) attraverso il quadro di Paul Gauguin: Da dove veniamo. Chi siamo. Dove andiamo.

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