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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

IDA

NICOLARANIERI1I volti dell’amore: in Ida di Pawlikowski  si esprime una religiosità nella quale preghiera e pensiero si coappartengono e che, trascendendo il mondo ordinario, danno all’animo coscienza dell’infinito. Un film che si chiude -dopo un viaggio traumatico e rivelatore- con la protagonista ancora in cammino verso una religiosità che è un infinito domandare e domandarsi.

di NICOLA RANIERI

 

Se in Cold War (2018) l’amore passione di Viktor e Zula culmina nella loro mistica unione sotto lo sguardo dell’icona e nel nostalgico commiato dal mondo contemplato nella sua struggente bellezza, Ida (2013) ne è la precondizione religiosa. Una religiosità la cui essenza si esprime nella preghiera.
IDA1La preghiera, infatti, è l’atto più semplice della religiosità, ma anche quello che ne rivela l’intima profondità attraverso il raccoglimento, il ritrovare se stessi. Sicché preghiera e pensiero si coappartengono. A tal punto si fondono da ingenerare un interrogarsi senza fine. Un sentire-vedere (altro dal guardare) interminati spazi e sovrumani silenzi. Un contemplare che svuota il frastornante rumore del mondo, mentre ne ode gli echi lontani e così vicini da farsi interiore risonanza in forma di trascendenza, nell’anima vibrante all’unisono con l’anima mundi.
Si tratta di una religiosità che scioglie l’animo dai nodi della religione. E lo rende senziente coscienza dell’infinito. Lo libera dalla paura degli dèi o di Dio, ma pure da quella della morte o dei mali. Religiosità che, uscendo dai limiti della fede in Dio o dell’anima individuale – che si salverebbe in chissà quale ipotetico paradiso improbabile –, non cerca affatto scampo da questo o quel male o dai più diversi mali, ma diviene essa stessa salvezza dalla vacuità ottundente del mondo ordinario. Perché, trascendendolo, ha la visione di come l’anima individuale fluttui nell’anima mundi, nel respiro cosmico che mai nasce e mai muore.

A prima vista, Ida non sembra un film sulla religiosità in tal senso intesa, bensì sulla religione come fede. Tant’è vero che la protagonista è una novizia in procinto di prendere i voti in un cattolico convento polacco. Ma che, prima di votarsi totalmente a Dio, ha la possibilità di scandagliare l’identità propria e collettiva in una Polonia ai primi degli Anni Sessanta ancora immersa nel clima del Secondo dopoguerra. La madre superiora le consiglia, quasi le impone di andare per qualche tempo dalla zia Wanda, unica parente che lei nemmeno conosce, come del resto poco o nulla sa del mondo fuori da una breve esistenza segnata fin dall’inizio dalla vita monacale.
IDA2Innanzitutto scopre di non essere cattolica ma un’ebrea sopravvissuta alla Shoah e affidata, quale piccola orfana, alle suore; di non chiamarsi Anna bensì Ida. Inizia così, con Wanda, un viaggio di formazione a partire dal luogo in cui i suoi genitori vennero trucidati in circostanze terribili e gettati in una fossa. Dalla quale ora le due donne ne fanno esumare le spoglie e le portano nel cimitero ebraico (in stato di abbandono) a Lublino.
Zia e nipote non potrebbero essere però più diverse. L’una è esuberante e a tratti rabbiosa, disillusa, dedita al fumo, al bere, a occasionali rapporti con uomini di passaggio; cerca insomma di lenire come può il peso di un passato da giudice, responsabile di condanne a morte di partigiani non comunisti. L’altra appare ieratica, misteriosa, composta e gelida fino a una scostante impassibilità; con sguardo perso e insieme pensoso, tutto scandaglia senza che i propri turbamenti traspaiano. Eppure il viaggio le accomuna. Risulta traumatico e rivelatore per entrambe, sebbene in modo differente. Per Wanda significa fare i conti con il passato ma soprattutto col vicolo cieco in cui ora si trova e che la spinge – dopo aver riaccompagnato la giovane novizia al convento e al termine di una nottata di ennesima frustrazione amorosa – a darsi la morte gettandosi dalla finestra, e rafforzando melodrammaticamente il suicidio con il primo movimento della mozartiana sinfonia “Jupiter”. Invece per Ida il viaggio è la scoperta delle proprie radici: un intreccio di vicende famigliari con quelle di altre famiglie nel contesto storico dei grandi cambiamenti prodotti dalla guerra e dal dopoguerra. Per lei – vissuta durante l’infanzia e l’adolescenza dalle suore nella condizione di quasi reclusa – vuol dire pure scoperta del presente, dei coetanei, della musica in voga (Ventiquattromila baci, Guarda che luna, Love in Portofino…). Perciò, ancora dubbiosa sulla scelta definitiva del monachesimo, torna nella casa ormai vuota della zia.
Riavvia il disco che Wanda, gettandosi dalla finestra, aveva lasciato sul piatto rotante del giradischi. Così, accompagnata dalle note del secondo movimento della sinfonia mozartiana, si dà a rigovernare la cucina in disordine e poi entra letteralmente nei panni, nelle scarpe coi tacchi, nel personaggio di Wanda, suo alter ego opposto e complementare. Quegli abiti, quei gesti, quella maschera di autodistruttiva donna fatale con cui la zia aveva chiuso la sua vita, alla nipote danno la sensazione della vita che si apre attraverso il cambiarsi d’abito e il muoversi in un modo, per lei, del tutto nuovo. Talmente si identifica con la defunta da ripeterne i comportamenti. E, volendo sperimentarne gli effetti su di sé, accende una sigaretta (forse per la prima volta) aspirandone il fumo; sorseggia una bevanda alcolica direttamente dalla bottiglia. Quindi, avvolta nel bianco di una tenda quasi fosse un velo da sposa, ruota vorticosamente su se stessa, sempre accompagnata dalla musica mozartiana, fino a cadere scomparendo dall’inquadratura, verso il basso come la zia quando, lanciandosi nel vuoto, era sparita dal vano della finestra.    
Di nuovo in abiti monacali, Ida ora assiste, in un cimitero fra i palazzi cittadini, alla cerimonia funebre in cui il discorso di un dirigente di partito e l’inno de L’Internazionale commemorano la zia, la partigiana comunista scomparsa. Sia pure in disparte, è presente anche Lis, quel giovane sassofonista che lei aveva conosciuto insieme a Wanda e con il quale si era già intrattenuta qualche volta a parlare.
Sull’inno dei lavoratori irrompono – per violento stacco sonoro, visivo nonché epocale – le stridenti note in stile jazzistico IDA3del sax e di altri strumenti del gruppo col quale Lis si esibisce nello stesso locale dei primi incontri con la novizia. A fine concerto, quando tutti sono andati via, lui accende il giradischi per farle ascoltare Naima di John Coltrane. Lei, in abito elegante e tolte le scarpe coi tacchi, a piedi nudi si lascia andare alla musica. Ballano avvinti sul pavimento geometrico e sotto la bassa volta come dentro un’alcova. E dal bacio al denudarsi, al reciproco desiderio di una notte d’amore, il passo è breve quanto spontaneo e dolce.
Dopo l’amplesso, con immutata spontaneità egli le propone di partire insieme l’indomani per un viaggio, per conoscere gente, divertirsi e magari in seguito sposarsi.
«E poi?» – gli domanda lei, come parlando profondamente a se stessa.
IDA4«Poi cominciano i problemi!» – le risponde lui, fra il serio e il faceto o il quasi banale. Tant’è che subito dopo s’abbandona al sonno. Mentre ella resta sveglia e pensosa fino al mattino.
Seduta sul letto e ancora nuda, Ida guarda a lungo Lis che dorme soddisfatto.   
Per non svegliarlo, pianissimo si alza. Quindi si riveste da monaca, prende la valigia e senza far rumore esce dalla stanza. Ha deciso di tornare donde è venuta. Il viaggio di formazione sembra volgere al termine.
Cammina fuori dalle vie cittadine, per una strada tra i campi – solo ogni tanto passa una macchina. Il preludio-corale Ich ruf zu dir, Heer Jesu Christi di Bach-Busoni accompagna il suo andare.

Ma il film si interrompe prima che ella giunga (se mai vi giungerà) al convento. E anziché Fine, compare la parola Ida: il suo nome, quale titolo di un’opera la cui protagonista resta in cammino, pensosa e con occhi che, guardando, tutto oltrepassano.
Lei sceglie sì la vita religiosa, ma non la religione come certezza che chiude, come verità assoluta che esclude ogni domanda ulteriore.
La sua è la religiosità dello sguardo abissale, fuori e dentro di sé; del volto e degli occhi che vedono il mondo lontano e vicino, reale e trasfigurato in trascendente. Non una trascendenza che provenga dall’alto e dall’esterno. Bensì quella che scaturisce da dentro: dallo sguardo estatico, che delle cose coglie la loro epifania, nel mentre se ne chiede il perché e il dopo.
Nell’infinito domandare e domandarsi sta il senso della sua religiosità: nel pregare Dio che la liberi da Dio – direbbe Meister Eckhart.
Nella domanda che mai si acquieta vi è la radice del religioso, come del filosofico e anche dello scientifico. Del non chiudersi in una religione positiva o in una filosofia: né in Dio né in un sistema filosofico-scientifico; in nessuna istituzione – matrimoniale, conventuale, chiesastica o accademica che sia.

Pawel Pawlikowski dice di non voler fare film politici, nel senso del cosiddetto “cinema del reale”; ma di voler mostrare un mondo trasfigurato dalla luce della meditazione, entro il tempo del silenzio o dell’interiorità, rispetto a quello ordinario delle vicende esteriori.
L’ultimo dialogo fra Lis e Ida si conclude con: «E poi?». Non molto diversamente da: «E dopo?», nel finale di Identificazione di una donna, o da: «Domani entro in convento!», nel quarto episodio di Al di là delle nuvole, sempre di Michelangelo Antonioni.
Ma che si tratti di dialogo à la Antonioni o à la Kieslowski, oppure di rimandi ad altri grandi della storia del cinema, come Tarkovskij o Dreyer o Bresson o il Luis Buñuel di Viridiana, i film di Pawel Pawlikowski denotano in ogni caso una profonda cultura cinematografica e dell’immagine al pari di quella musicale, all’interno però di un originale discorso visivo-sonoro. Ida in particolare, attraverso il necessario silenzio, l’utilizzo sapiente del bianco e nero – secondo uno stile e uno sguardo inconfondibili –, crea la possibilità di profonde risonanze interiori. E, quindi, le condizioni per cogliere il senso stesso della meditazione e della preghiera.
Non vi è da stupirsi pertanto che il regista, al Dolby Theatre di Los Angeles e con in mano la statuetta dell’Oscar, abbia detto:«Come sono finito qui?
Abbiamo fatto un film in bianco e nero, sulla necessità di silenzio, di ritiro dal mondo, di contemplazione.
Ed eccoci qua, in questo epicentro di rumore e attenzione del mondo».
Ma è proprio questo il dono della preghiera o del meditare o del silenzio: sentire quanto frastornante e ottundente sia il rumore del mondo.
D’altra parte, il fisico sperimentatore non cerca forse anch’egli di creare le condizioni – nel vuoto e nel silenzio – per togliere il disturbo del rumore?

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