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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

LA RETE DELL'AMORE

MOGLIE DEL PESCATOREUn amore cullato dal vento e dalle onde del mare naufraga nel sospetto e nell’avidità. Libera trascrizione di un racconto popolare.

                       

                            di NANDO CIANCI

 

Un giovane pescatore si era invaghito, ricambiato, di una bella fanciulla. Andando per mare, la quiete delle acque, nelle serate di luna e nelle albe rosseggianti, dava alimento ai sogni. Le burrasche, nelle notti torve e cupe, instillavano il desiderio di un porto sicuro nel quale rifugiare le spossate membra dopo lo scampato pericolo.
I sogni della giovinetta fiorivano, invece, sul davanzale della finestra che guardava il mare. Da essa scorgeva le barche che, alle prime luci del giorno, comparivano all’orizzonte e lentamente si dirigevano verso la riva. Fra esse cercava con lo sguardo il volto amato.
Cullato da desideri affidati al mare e al vento, come fu e come non fu, il tenero germoglio dell’amore divenne un fiore. Gli sguardi ardenti all’uscita dalla messa domenicale, quando le ragazze sfilavano tra due ali di giovanotti ansiosi di farsi avanti, i primi incontri furtivi, le carezze rubate all’ultimo richiamo della madre a rientrare, gli abbracci ardimentosi alimentarono la fiamma fino a quando attendere non fu più possibile. Il matrimonio si impose e la passione celebrò il suo trionfo.
Ma il mare, che culla i sogni e agita le passioni, sa anche destare visioni, allucinazioni, ansie di precarietà. Capitava così che al pescatore, di tanto in tanto, l’attesa delle reti da tirar su insinuasse il tarlo del dubbio; che le acque agitate di certe notti oscure sommovessero anche la sua mente solitamente delicata. Con il passare degli anni e con il trasformarsi delle incerte forme giovanili della sua amata in fattezze procaci, il tarlo cominciò ad entrare in profondità. Persino l’insistenza con la quale ogni sera lei ripeteva parole d’amore e propositi di eterna fedeltà, più che rallegrarlo, come accadeva negli anni passati, cominciò a instillare qualche sospetto. Il giovane appassionato pescatore era ormai divenuto un maturo navigante con la pelle indurita dalla salsedine e la mente non più sgombra come un tempo.
Alla fine il tarlo del dubbio l’ebbe vinta. L’ansia di avere la certezza definitiva dell’amore e della fedeltà di lei lo spinsero ad architettare la trama decisiva. Nulla come la morte rivela la profondità dei sentimenti dei vivi, pensò.
La mattina della domenica, giorno di riposo dalla pesca, era solito indugiare un po’ nel letto, incoraggiato anche dalle attenzioni che la moglie gli dedicava. Quella volta, esaurite le corresponsioni alle affettuosità, se ne stette a poltrire più del solito. Tanto che all’ora di pranzo era ancora sotto le coltri. Aveva dato inizio al suo macabro marchingegno.
Quando la moglie andò a chiamarlo per il desinare, si finse morto. Resistette alla soavità della voce che lo invitava ad alzarsi, alle tenere carezze, alle prime timide scosse per svegliarlo, agli scossoni sempre più disperati che lo invocavano, al pianto struggente della moglie ormai convinta che una disgrazia si era abbattuta sulla casa.
Le urla dell’infelice richiamarono il vicinato che, come usava in questi casi, accorse solidale a consolare e ad aiutare nel disbrigo delle penose faccende che ogni decesso porta con sé. Nel mentre la poveretta dava sfogo al suo dolore:
-Marito mio, perché mi lasci sola? Perché te ne vai e mi abbandoni? Dove te ne vai, marito mio?
Venne il tempo di vestire il defunto per l’estremo saluto. I lamenti della sposa afflitta continuavano a risuonare alti:
-Marito mio, perché mi abbandoni? Dove vai, marito mio, lasciandomi sola?
Era usanza seppellire la salma con il vestito migliore. Per rispetto verso chi se ne andava e per farlo presentare con il massimo decoro sulla soglia dell’aldilà. E, un po’, anche perché così reclamava la pubblica opinione. Naturalmente, la donna non ebbe dubbi:
-Mettetegli il vestito della festa, quello che portava il giorno delle nozze, al povero marito mio!
Nel mentre emetteva le accorate parole, la mente le aprì uno squarcio sul futuro. La loro vita era decorosa, ma modesta, e senza il sostentamento del lavoro del marito si profilavano tempi ancor più magri. Forse un vestito nuovo avrebbe potuto far comodo. Per rivenderlo, chissà. O magari, si sa come va il mondo, per un nuovo compagno. Non subito, per carità. Ma lei era ancora giovane e piacente. E poi: bisognava pur vivere.
Intanto il finto morto, ignaro di quei pensieri, dapprima gongolante di fronte alla disperazione della moglie, prova di una devozione profonda e inconsolabile, cominciava a provare vergogna per aver dubitato di un amore così saldo e così puro. E per aver inflitto alla poveretta un così crudele tormento.
Non aveva finito di rallegrarsi, ed era appena iniziato il combattimento tra la gioia e la vergogna, quando la presunta vedova portò a compimento i suoi pensieri e manifestò il diverso avviso:
-Ma -dubitò fra le lacrime- non è forse un peccato lasciare un bel vestito nuovo a marcire sottoterra? In fondo, per il corpo di mio marito sarà lo stesso e l’anima non ha bisogno di vestiti nuovi per presentarsi in cielo. Nell’armadio c’è l’altro vestito, quello di tutti i giorni. Mettiamogli quello.
Il marito, pur essendo un morto finto, iniziò a gelare.
Il cuneo dell’avidità, o della preoccupazione per l’avvenire, se si guarda diversamente la faccenda, una volta che comincia ad insinuarsi non trova pace finché la breccia non è aperta. Così una nuova decisione maturò nella vedova inconsolabile:
-In fondo anche il vestito di tutti i giorni può tornare più utile ai vivi che ad un morto. Sarà bene conservare anche quello- pensò e disse.
Il pietoso sconcerto delle comari del vicinato fece notare che comunque non stava certo bene seppellire il poveretto svestito così come era venuto al mondo, essendo ormai chiaro che l’inconsolabile superstite della coppia non sarebbe stata disposta a sacrificare neanche un lenzuolo quale sudario del pescatore. Il quale, sempre più agghiacciato, stentava a trattenere i fremiti di sdegno che ne avrebbero rivelato la permanenza in vita. Finché non gli toccò ascoltare la decisione finale della sua erede universale:
-Nel ripostiglio c’è una vecchia rete da pesca non più buona all’uso. Avvolgiamolo con quella, così non andrà nudo sotto terra.
Nel mentre si adoperava per salvare il salvabile delle scarse proprietà familiari, la creduta vedova continuava ad esternare la sua disperazione:
-Perché, marito mio, mi lasci sola? Perché te ne vai, marito mio? Dove vai marito mio?
Il quale sbottò, trasformandosi da cadaverico in rosso di collera:
-Vado a pesca, brutta p…..na! Dove vuoi che vada così conciato, dopo che il tuo amore non ha saputo far altro che avvolgermi in una rete!?
(Libera trasposizione di un racconto ascoltato da Zi’ Angelo)

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