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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

SUPERSTIZIONI

STREGHEOgni epoca ha le sue superstizioni. Alle quali a volte si ricorre anche quando le si nega. Da un libro di Alfonso M. Di Nola

 

Ogni tempo e ogni cultura hanno una propria immagine della superstizione, come essa si diversifica in rapporto agli ambienti che la usano nel correre della loro storia. Così, per esempio, nei primi secoli del Cristianesimo essa venne a significare ciò che restava degli antichi culti pagani. Altra volta servì ad indicare le mitologie e i riti delle popolazioni non ancora convertite al Cristianesimo, per esempio i Longobardi e gli Unni, i Germani e i popoli nordici, gli Slavi e i Sassoni e, infine, in una classificazione generica, tutte le culture di livello etnico chiamate «primitive». Designò anche, quando cominciò a svilupparsi l’utopia di un Cristianesimo che recuperava la purezza delle origini evangeliche, l’insieme delle pratiche che ad esso si erano indebitamente sovrapposte: per Lutero e Calvino erano superstizioni le credenze della Chiesa cattolica. Divenne un termine emarginante e rischioso quando la Chiesa ufficiale se ne servì per condannare il patrimonio delle credenze popolari, tutte ascritte a un coacervo di origini diverse. Ma, anche nell’ambito del pensiero laico, fu chiamato a coprire l’intera fioritura delle credenze contrastanti con la razionalità e appartenenti all’universo della fantasia e dell’immaginario, dall’astrologia alle varie forme di divinazione, allo spiritismo e ai molti occultismi. In questa sua elasticità, le correnti illuministiche e laicistiche estesero il termine a rappresentare, come in Voltaire (Dictionnaire philosophique), i sistemi religiosi nel loro insieme, considerati come residui di un passato superato e un rischio per il definitivo trionfo della ragione.
[…] Ogni tema superstizioso viene da lontano, rievoca distanti visioni del mondo e immagini seppellite, e ci sarebbe da chiedersi quale è il loro significato e la loro funzione all’interno di un’epoca culturale che, apparentemente, le respinge e tuttavia ricorre quotidianamente ad esse.
[…] D’altra parte, sempre in una prospettiva antropologica, esse vengono a configurarsi come la cesura storica fra un tempo trascorso e un tempo nuovo che, per meglio autodefinirsi, avverte la necessità di cancellare e obliterare il passato.

(Alfonso M. Di Nola, Lo specchio e l’olio. Le superstizioni degli italiani, Laterza, Roma-Bari, 1993, pp.VII-VIII)

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