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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

ITALIANO, INGLESE O ITAGLIESE?

ANGLICISMIL’uso sempre più frequente di anglicismi rappresenta una involuzione della lingua italiana o un suo sprovincializzarsi ed aprirsi al mondo? Riportiamo qui le posizioni di diversi scrittori e linguisti (tra cui il compianto Tullio De Mauro), apparsi anni fa su un quotidiano. Il dibattito resta aperto.  

 

 IN ALTRE PAROLE

Meglio dire “bail in” o “salvataggio dall’interno”? “Stepchild” o “configlio”? Secondo la Crusca bisogna tornare a usare l’italiano. A partire dai testi delle leggi e dal linguaggio della politica

 “Usare hot spot per i centri per i migranti è assurdo. Ricorda addirittura il porno”.  
L’anglismo più ricorrente sui giornali in questi giorni è stepchild adoption, difficilissimo da pronunciare.  Poi è arrivato bail in, per indicare un salvataggio delle banche dall’interno, coinvolgendo i contribuenti, e questo ha fatto drizzare le antenne alla Crusca. aggiunto il limite della saturazione per eccesso di vocaboli inglesi incomprensibili, gli accademici hanno deciso di intervenire.
La crociata degli accademici suggerisce di cambiare, proprio mentre se ne sta discutendo in parlamento, la locuzione inglese usata dal disegno di legge Cirinnà che dovrebbe permettere alle coppie omosessuali l’adozione del figlio naturale o adottivo del compagno. Ma quella sulla stepchild adoption è solo una delle proposte che i cruscanti vanno raccogliendo da qualche mese.  Nel loro mirino sono finite molte parole che ormai fanno parte del vocabolario dei media, anche quando potremmo farne tranquillamente a meno. Pensando alla sfilza di anglismi che hanno affollato le nostre teste in questi mesi, c’è parecchio lavoro da fare: dal family day al jobs act, dalle varie authority alla terribile spending review. Per non parlare della local tax, della bad bank e dell’austerity, che in inglese suona ancora più severa.
Tutto inizia un anno fa, in occasione di un convegno a Firenze nella sede dell’Accademia della Crusca. Prima c’era stata però una campagna ideata dalla pubblicitaria Annamaria Testa,  diffusa sui social network con l’hashtag #dilloinitaliano. La petizione aveva raccolto in poco tempo 70 mila firme.  Quel giorno a Firenze, mentre si discuteva tra studiosi italiani e internazionali di lingua e anglicismi, si decise di dar vita a un gruppo che sorvegliasse l’arrivo dei giovani forestierismi nell’italiano. Una specie di torre di guardia.  Oggi quel gruppo è pronto con una prima lista di vocaboli indesiderati. «Vogliamo strozzare il bambino nella culla», spiega il linguista e filologo Luca Serianni. La metafora è forte, ma contro il rischio di fraintendimenti il professore chiarisce: «Ci interessa intervenire per arginare gli anglicismi nascenti, quelli che non si sono ancora affermati e che vengono usati nonostante siano poco chiari».
Ma veniamo agli esempi. Le parole finite nel mirino dei cruscanti appartengono prevalentemente al discorso pubblico, spesso non sono ancora registrate dai vocabolari. Per ognuna di loro, gli accademici suggeriscono una possibile sostituzione. Molte fanno parte del linguaggio economico, il più permeabile ai termini anglosassoni. È il caso di bail in, al posto della quale il presidente della Crusca Claudio Marazzini suggerisce di adottare “salvataggio dall’interno”, meno di impatto ma chiaro. Così come non piace l’uso del termine hot spot per riferirsi ai “Centri di identificazione” dei migranti che entrano nella Ue. Qui la proposta latita, non è facile condensare in breve. 
La linguista Valeria Della Valle ironizza: «Mi sembra ridicolo usare l’inglese, e poi la parola ha già altre connessioni semantiche che si sovrappongono in modo pericoloso al testo, può perfino far pensare a qualcosa di porno...». E rispetto all’obiezione che potrebbe trattarsi di un eccessivo zelo purista, Della Valle spiega: «La nostra finalità non è sostituire le parole inglesi che circolano nella lingua italiana, ma solo quelle che creano un ostacolo tra cittadini e istituzioni, soprattutto quando si parla di argomenti come medicina, politica ed economia, nei quali sarebbe opportuno essere chiari ». 
E proprio sulla cripticità di alcune espressioni mediche, Marazzini ha ricordato quel francesismo assai poco trasparente che compare nell’ingresso dei pronto soccorso: la parola triage per indicare «il sistema di classificazione delle urgenze» (letteralmente significa “cernita”, “smistamento”). Inutili complicazioni, che sembrano scelte ad arte per non farci capire: voluntary disclosure è tra le più fumose, definita dagli accademici “un forestierismo crudo e oscuro”. Il termine esprime l’operazione con cui si dichiarano al fisco capitali indebitamente detenuti all’estero: ma quanti lo sanno? Il suggerimento è sostituirlo con “collaborazione volontaria”. Mentre smart working dovrebbe cedere il passo a “lavoro agile”. E il whistleblower — riportato in auge da Julian Assange —, dovrebbe farsi da parte per il bruttino “allertatore”, che sembra un ibrido tra “informatore” e “allibratore”. “Spia” e “delatore” sono stati bocciati perché troppo negativi. Ma la trafila più articolata ha riguardato le possibili sostituzioni di stepchild adoption, parola storpiata dagli stessi politici durante la discussione parlamentari sulle unioni civili, con pronunce creative ed esilaranti come step ciald association. Alla fine ha vinto il neologismo “configlio” (con+figlio) ed è stata scartata la letterale “adozione del figliastro”.
Gli anglicismi nel lessico italiano sono il 4%, meno degli italianismi registrati dall’Oxford Dictionary. Percentuale che diventa ancora più bassa nella nostra lingua d‘uso, dove non raggiunge l’1%.  «Tra le duemila parole più frequenti, quelle anglosassoni saranno oggi una decina », spiega Tullio De Mauro. De Mauro è accademico della Crusca, ma appare perplesso: «In tutte le lingue si registrano ingressi di forestierismi. Nell’american english e nel british molto più che nella nostra. Le lingue anglosassoni sono molto aperte, sono ricche di vocaboli che arrivano dall’estero. È chiaro, non sto difendendo l’uso del termine jobs act, ma non mi piace questo ringhiare verso lo straniero. Abbiamo faticato molto a defascistizzarci...». 
E proprio su questo aspetto delicato della nostra storia, sul rischio che quella della Crusca possa apparire come una battaglia vecchio stile di autarchia linguistica per difenderci dalle contaminazioni straniere, interviene a chiarire Della Valle: «È arrivato il momento di liberarci dal senso di colpa legato al fascismo che grava sui linguisti. Fino ad oggi non ne avevamo il coraggio». Dunque, possiamo dormire sonni tranquilli. Il cachemire non diventerà “casimiro”, come voleva il Duce, né si cercherà di introdurre “filmo” al posto di film. Potremo continuare ad essere trendy e a chattare su Watsupp.
(Raffaella de Santis, La Repubblica, 10/2/2016)

AGNELLO HORNBY: «MESCOLIAMOCI, SIAMO TUTTI CITTADINI DEL MONDO»

«Lo dico con dolore, perché ho sempre creduto nella purezza di una lingua. Ma farcire l'italiano, la mia lingua, di espressioni inglesi mi sembra una imperdibile occasione per abbattere discriminazioni sociali». Simonetta Agnello Hornby, palermitana, vive a Londra dal 1970 e ha dimestichezza con il dialogo fra le lingue. Più nel parlato che nei suoi romanzi. Una volta si trovò in imbarazzo dovendo trovare un corrispettivo italiano per cravatta regimental. Non ebbe alternative e scrisse cravatta regimental. Eppure la sua esperienza di avvocata a Brixton, quartiere a forte densità di immigrati, specializzata nel diritto di famiglia e dell'infanzia, l'ha indotta a rivedere il culto per l'intangibilità di una lingua. Convinta che anche attraverso la farcitura passi una consapevolezza che garantisce opportunità.
Com'è arrivata a queste conclusioni che contraddicono le preoccupazioni della Crusca?
«Prima delle conclusioni le direi da dove sono partita».
Benissimo.
«Da ragazza parlavo siciliano d'estate e italiano d'inverno. Tenendo distinte le due lingue. Allora erano le parole francesi che minacciavano l'integrità di un lessico: bon ton, pardon, bijoux. Il francese lo conoscevo e lo usavo, ma italiano e siciliano restavano autosufficienti».
E questo regime linguistico lei ha rispettato anche nei romanzi?
«Mi sono sforzata di rispettarlo. Se c'è una lingua, questa deve essere pura. E la purezza è indice di razionalità e di identità. Gli italiani sono pochi e non sono tantissimi quelli che vivono fuori dei confini nazionali. Mantenere intatta la propria lingua, mi dicevo, è fonte di orgoglio e di dignità».
E poi cos'è successo per farle cambiare idea?
«È successo che ho visto quanto sia indispensabile possedere un'altra lingua per sentirsi cittadini di un mondo che ora lo esige perentoriamente. E quest'altra lingua è l'inglese».
Ma una cosa è possedere un'altra lingua, altra farcire la propria. O no?
«Certo. Ma cominciare a possederla introducendone dei pezzi nella propria mi sembra funzioni. Inoltre accanirsi per la purezza di un idioma mi pare possa avere come effetto quello di marcare le differenze fra chi ha più mezzi e chi non ce li ha. Ha un carattere di iniquità».
Si sente l'eco di don Lorenzo Milani.
«L'ho sperimentato qui a Londra, dove anche l'inglese ha perso la sua purezza. I miei nipoti parlano un inglese che spesso non capisco, ma di fronte al quale è inutile irrigidirsi. Qui arrivano tantissimi giovani in cerca di lavoro. Chi usa una lingua già farcita di espressioni inglesi è agevolato. Trova più facilmente lavoro, ha meno problemi ad essere incluso in ogni ambiente. Bisogna accettare che questa specie di esperanto che è l'inglese, una volta accettato anche in Cina, penetri ovunque. Viviamo in un mondo duro, qualunque cosa serva ad aprire porte ben venga, compreso contaminare la propria lingua. Sa che cosa mi ricorda l'inglese di oggi?».
Che cosa?
«Mi ricorda il latino. Una lingua universale che entrava in contatto con le altre. E quando il contatto si prolungava, cambiava il latino e cambiavano le altre lingue. Anche l'italiano nella sua storia è cambiato perché si è mescolato con altre lingue99. Ma a lei ora piace mescolare? "Ho settant'anni e non mi piace mescolare. Ma per i più giovani è tutta un'altra storia».
(Francesco Erbani, La Repubblica, 10/2/2016)

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