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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

IL BISOGNO DI PENSARE

MANCUSOIl libro di Vito Mancuso tratta argomenti profondi con tono agile. Una lettura che aiuta a superare la mistificante alternativa tra nichilismo e fondamentalismo.

                di ROBERTO LEOMBRONI

 

A differenza di qualche pseudo-filosofo rampante, particolarmente gradito al pubblico populista-sovranista, Vito Mancuso non perde occasione per indurci a serie riflessioni sul nostro “stare al mondo”.
Ho appena finito di leggere il suo ultimo libro, “Il bisogno di pensare”, ultima edizione del 2019, edita da Garzanti. E non posso nascondere il grande piacere che ho provato nel contatto con la sua prosa agile e scorrevole, nonostante la profondità degli argomenti affrontati. Mancuso, si sa, è un teologo, oltre che filosofo. Di qui innegabili perplessità sul taglio, a mio avviso eccessivamente ottimistico, da lui adoperato nel sostenere la tesi di un “disegno intelligente” e di una naturale tendenza all’armonia che animerebbe la vita del cosmo. Si deve tuttavia ammettere che tali idee siano sostenute dall’autore senza alcun integralismo e senza alcuna pretesa di ordine teoretico-conoscitivo. Bensì, kantianamente, facendo leva sul sentimento e sull’aspirazione al vero, al giusto e al bello che caratterizzano chiunque, credente o meno, intenda fornire di senso la propria esistenza.
La sostanza più accattivante del suo saggio consiste comunque nello sviluppare un’attenta e puntuale riflessione sul significato di una celebre affermazione di Norberto Bobbio, in seguito ripresa da Carlo Maria Martini: «La differenza rilevante non passa tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti». Costituendo il pensiero, come sosteneva Aristotele, la più elevata attività dell’essere umano. Con l’accortezza di non confondere “il pensiero” con “i pensieri”. Questi ultimi, infatti, sono strettamente connessi con la soddisfazione o meno di esigenze dell’“ego”. E sconfinano sovente nella “chiacchiera”. Laddove “il pensiero” (quello filosofico, ovviamente) si volge proprio a quell’armonia e a quella tendenza “sinergica” che agisce in tutti i gradi della natura, dai quark agli organismi più evoluti, ed è, per Mancuso, alla base della naturale spinta umana alla “relazione”. Senza la quale non c’è vita ma morte. In tal senso, il pensiero filosofico si distacca nettamente da ogni forma di pensiero “predatorio” (o “calcolante”). Quello messo in atto da chi si sforza di “pensare” solo allo scopo di sottomettere alle proprie brame la natura o il prossimo. O da chi utilizza il “pensiero” unicamente per prevalere narcisisticamente sugli altri. Tendenza, in verità, apparentemente inarrestabile, nella società dello spettacolo e dell’“apparire”.
Una lettura, in conclusione, quella di Mancuso, da suggerire a chiunque non si accontenti della falsa e mistificante alternativa tra nichilismo materialista e fondamentalismo religioso.    

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