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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

IL PECCATO ORIGINALE

ADAMO ED EVAIl dogma del peccato originale imprigiona la donna in una visione pessimistica del cristianesimo. Dalla tensione liberatrice del femminismo all'omologazione delle donne. la cui dignita, però, rappresenta la parte migliore dell'umanità.

         

                       di MARIO SETTA

 

«Ma il Serpente disse alla Donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture» (Genesi 3, 4-7). 
Queste parole, nelle teologie cristiane, presentano la più grande colpa, il peccato originale, commesso da Eva e subìto da tutte le generazioni. Una colpa che si tramanda di generazione in generazione e che riguarda tutto il genere umano.
Oggi sembra diventato il vero punctum dolens della storia religiosa occidentale, tanto che sono numerose le interpretazioni di vari autori e teologi che lo ritengono: “insulto alla vita” (Mancuso), “dottrina di cui dobbiamo assolutamente liberarci” (Delumeau), “qualcosa di perverso” (Maggi) “dottrina inesistente nel Vecchio Testamento” (Haag), “disobbedienza mai esistita” (Castillo), “dottrina devastante” (Fox), “priva di fondamento l’accusa di un’offesa a Dio” (Valerio).

Del concetto di “fede” già da tempo parecchi teologi hanno tentato di distinguerne due aspetti: la fede come elenco di verità dogmatiche (fides quae creditur), e la fede come tensione verso la Trascendenza (fides qua creditur). Purtroppo una simile distinzione non è ancora accettata dall’istituzione, che resta aggrappata alla fede espressa nelle parole del Credo. Un papa, che volesse rivedere o modificare qualche dogma, sarebbe ipso facto scomunicato. Fortunatamente, oggi, sembra esserci maggiore tolleranza e meno provvedimenti punitivi comminati dal diritto canonico.

Ho scritto un libro dal titolo “HOMO, Elogio di Eva” (Qualevita) in cui cerco di affrontare il dogma del peccato originale, tentando di dimostrarne la falsità e l’abnormità teologica. Un libro, che ho inviato a papa Francesco, che ha risposto tramite la Segreteria di Stato di averlo ricevuto e al vescovo diocesano Angelo Spina, che ha risposto con una cortese lettera autografa in cui scrive: “Rispetto le tue idee, che certamente non condivido. Io non ho una verità da possedere, ma semplicemente sono posseduto dalla verità che mi ha liberato, salvato dal mio peccato, non con discorsi ma con il suo sacrificio, con il suo sangue versato sulla croce, con la sua redenzione”.
Da questa corrispondenza non emerge nessuna condanna e nessuna minaccia di scomunica per il sottoscritto, per ora solo “sospeso a divinis”. Dalla risposta del vescovo Spina si desume che nella Chiesa-istituzione spira aria di tolleranza, di apertura alle concezioni più avanzate, quelle di una visione cristiana fondata sull’ottimismo, anche se ancora molto utopistica, in contrasto alla concezione pessimistica dell’uomo naturaliter malvagio.

La tematica del peccato originale è completamente assente nei Vangeli. Non viene mai citato né adombrato il concetto di redenzione. Se ne parla invece in vari passi delle lettere di S. Paolo (II Cor. 11.3; I Tim. 2.13; I Cor. 11, 7). Anche se il passo più significativo è nella lettera ai Romani (5,12). Ma è Agostino che svilupperà la concezione del peccato originale in maniera categorica tanto da diventare dogmatica, in quanto colpa non solo dei progenitori ma di tutto il genere umano, che solo il battesimo può eliminare. Per i bambini che muoiono senza battesimo c’è l’inferno, sia pure con una pena addolcita. Le parole di Agostino non permettono dubbi: “Si può perciò dire giustamente che i bambini che escono dal corpo senza il battesimo si troveranno nella dannazione, benché la più mite di tutte” (De peccatorum meritis et remissione et de baptismo parvulorum, I, 16.21).
Per Agostino il peccato originale è fondamentalmente la trasgressione, la disubbidienza all’ordine di Dio e, come conseguenza, la pena della concupiscenza. “Quando dunque Adamo peccò non obbedendo a Dio, allora il suo corpo perse la grazia per la quale, pur essendo animale e mortale, obbediva completamente alla sua anima. Allora venne fuori quel movimento bestiale e vergognoso per gli uomini per il quale egli arrossì nella sua nudità” (De peccatorum meritis et remissione et de baptismo parvulorum, I, 16.21). La pena del peccato originale, per Agostino, resta la concupiscenza, la libido, come un retaggio pressoché impossibile da dominare. Appare, con evidenza lapalissiana, che Agostino, pur conoscendo di conoscenza biblica la donna, resta legato alla concezione maschilista del rapporto sessuale. Nato il 13 novembre del 354 ha un figlio da una donna che resterà sempre sconosciuta nel 372, all’età di diciotto anni e che chiamerà Adeodato. Arrivati a Milano, la compagna lo lascia per tornare in Africa. La madre, Monica, gli consiglia di prendersi una nuova ragazza, ma è troppo giovane e ne prende una più matura. Agostino non si sofferma a parlare di sessualità femminile, di orgasmo, come se la donna fosse solo l’oggetto di piacere per l’uomo, tanto da affermare: “quel piacere che è il più grande tra i piaceri del corpo” (De Civitate Dei, XIV,16). Si parla anche di abbozzo agostiniano di psicologia dell’orgasmo, ma bisognerà arrivare ai tempi nostri, alla psicanalisi e alla rivoluzione femminista (Psicoanalisi e femminismo di Juliet Mitchell), per tentare di capire la funzione della clitoride e della vagina nell’orgasmo femminile.
Con la ricerca psico-fisica del corpo umano, la leggenda del peccato originale tenderà a scomparire definitivamente. Contro la tesi di Agostino, già allora, si schierò il monaco della Britannia Pelagio e il suo discepolo Celestio. Nel 417 il papa Zosimo si dichiara favorevole alle tesi di Pelagio e Celestio, ma l’anno successivo, al concilio di Cartagine (418) che accoglie le tesi di Agostino, il papa ritratta, condividendo il documento antipelagiano.

La rivoluzione femminista del ‘900 è stata in linea con il mito della donna-liberatrice. Si sono verificate anche gesti di esasperazione, dal momento che la donna non sembra tollerare le mezze misure. Basterà ricordare le molte opere scritte dalle femministe. Tra queste, una delle più stravaganti è stata scritta da Valerie Solanas, amica di Andy Warhol, col titolo: “S.C.U.M., manifesto per l’eliminazione dei maschi”. 
Oggi, il panorama sembra completamente cambiato. L’essere è stato sconfitto dall’apparire. Ha vinto la donna-oggetto: donne omologate, imprigionate, schiavizzate dal mercato, ridotte a “veline” e “vallette” dalla cosiddetta rivoluzione mediatica.
Ma se si offende la dignità della Donna, si distrugge la parte migliore dell’umanità.

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