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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

FINE DELLA GRANDE GUERRA

CAPORETTOIl “popolo” mandato al macello con la promessa di terre da coltivare, che non vennero mai date. In compenso, dopo la guerra, abbondarono medaglie, onorificenze, sacrari e monumenti. Una lezione per l’oggi.

                    di ROBERTO LEOMBRONI

4 novembre 1918. Un secolo fa terminava l’immensa carneficina passata alla storia con il nome di Grande Guerra. Fino al 1976 quella data era retoricamente “celebrata” come “Festa della vittoria”.
ROBERTOIn effetti, l’Italia era uscita vincitrice da una guerra combattuta a fianco delle potenze dell’“Intesa” (Francia, Gran Bretagna), cui, dal 1917, mentre la Russia si ritirava dal conflitto, si erano aggiunti gli Stati Uniti d’America. La vittoria finale contro l’Impero austro-ungarico era stata conseguita nonostante una condotta non brillante della guerra, culminata, nell’autunno del 1917, nel disastro di Caporetto. A rendere possibile il ribaltamento delle sorti del conflitto avevano certamente contribuito sostanziali modifiche apportate ai vertici politici (nascita del governo Orlando) e militari (sostituzione del generale Cadorna con Diaz). La vittoria non sarebbe tuttavia stata possibile senza l’abnegazione di soldati, in gran parte contadini analfabeti, provenienti dalle aree più povere del Paese, mandati a combattere una guerra in cui non si riconoscevano. “Carne da macello”, cinicamente sfruttata da alti ufficiali, spesso inetti (Cadorna in primis). Soldati ai quali, per motivarli a combattere, erano state promesse terre da coltivare, che in realtà, nel dopoguerra, non saranno mai assegnate. L’unica “ricompensa” effettivamente concessa saranno le medaglie e le onorificenze corrisposte ai reduci (in gran parte mutilati) e, in onore ai caduti, la miriade di sacrari militari e di monumenti che, ancora oggi, occupano le piazze delle nostre città e dei nostri paesi.
Più che comprensibili appaiono dunque le motivazioni che, dalla metà degli anni ’60, spinsero buona parte dell’opinione pubblica, soprattutto giovanile, a contestare il carattere “celebrativo” della suddetta ricorrenza. Particolare scalpore suscitò, il 20 giugno del 1964, nel corso dello spettacolo Bella ciao, messo in scena dal Nuovo Canzoniere Italiano al Festival dei Due Mondi di Spoleto, l’esecuzione della canzone O Gorizia da parte del cantautore Michele L. Straniero. Essa si riferiva a una delle più sanguinose battaglie della prima guerra mondiale. Quella di Gorizia (9-10 agosto 1916), che era costata la vita, secondo stime ufficiali, ad almeno 50.000 soldati di parte italiana e a 40.000 austriaci. Appena Straniero ebbe terminato di eseguire la strofa Traditori signori ufficiali / che la guerra l’avete voluta…, un colonnello d’artiglieria era saltato in piedi gridando: “Viva gli ufficiali italiani”. Due giorni dopo, il cantautore e gli altri responsabili dello spettacolo erano stati denunciati per vilipendio delle Forze armate (art. 290 del codice penale: da tre mesi a due anni di reclusione).
Esistono però anche altri validi motivi per considerare tutt’altro che “festosa” quella ricorrenza. È opinione pressoché unanime degli storici che la guerra del 1914-18 sia stata l’incubatrice dei totalitarismi del ‘900. La nascita del comunismo in Russia (1917), del fascismo in Italia (1922-24), del nazismo in Germania (1933), avrebbe, infatti, trovato un terreno fertile nei radicali sconvolgimenti sociali prodotti dal conflitto. In particolare, per quanto concerne l’Italia e la Germania, un ruolo decisivo avrebbe svolto il risentimento, alimentato dai nazionalisti, contro le decisioni adottate nelle trattative di pace del 1919. Se i tedeschi sconfitti potevano (non senza ragione) lamentare il carattere fortemente “punitivo” nei loro confronti delle clausole dell’armistizio, i nazionalisti italiani parlavano esplicitamente di “vittoria mutilata”. Perché, nonostante l’assegnazione di Trento e Trieste (ma anche dell’Alto Adige e dell’Istria), si lamentava il mancato rispetto del Patto di Londra (firmato il 26 aprile 1915) che prevedeva l’attribuzione all’Italia anche della Dalmazia. Il rancore degli italiani spingerà Gabriele D’Annunzio e i suoi legionari a procedere all’occupazione della città di Fiume (non prevista negli accordi di Londra). Esso però sarà soprattutto  sfruttato dal nascente movimento dei Fasci di Mussolini, permettendogli di conquistare gradualmente crescenti consensi nel Paese.
Come si vede, un nazionalismo autoritario ed esclusivista, ben diverso da quello democratico che aveva alimentato le battaglie risorgimentali, spalancava le porte dell’Italia alla dittatura. Una lezione da tenere presente in un delicato momento storico in cui, in Europa e nel mondo, tornano minacciosamente a soffiare i venti di un “sovranismo” sempre più xenofobo e violento.

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