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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

DESSAU

BAUHAUSViaggio in uno dei punti fermi dell’architettura moderna, in un luogo dove sembrava si fosse fermato l’angelo della storia, ma che ricorda quante sofferenze, distruzione e  sventura ci sono volute perché una scuola potesse essere stabilmente quel che voleva essere.

 

                                    di MASSIMO PALLADINI

 

MASSIMO

 

Nel giugno di qualche tempo fa sono stato a Dessau; l'ho raggiunta in treno da Berlino in una giornata fresca e soleggiata, insieme ad una figlia che vedo troppo poco e che mi ospitava nella capitale tedesca. In un'ora e mezza  abbiamo attraversato la campagna in una ferrovia scandita da piccole stazioni, dal design fermo ad un tempo che sembra non aver subito l'enorme trauma delle guerre mondiali e della riunificazione se non per una certa  gradevole consunzione del laterizio, cui si contrappongono  le coperture in legno rinnovate e le parti in ferro riverniciate; semplice manutenzione straordinaria, oltre i tre capovolgimenti. 
La nostra meta era,naturalmente, la Bauhaus; uno dei punti fermi dell'architettura moderna, conosciuto in centinaia di immagini e di disegni analizzati da studente e quando, nel mestiere, si sentiva il bisogno di tornare ai paradigmi; con l'atteggiamento un po' fideista di chi cerca lumi riguardando la legge di Ohm per capirci in un impianto elettrico.
Tra le testimonianze e le analisi che costruirono il mito compatto della presa di potere del moderno, L'architettura integrata e, poi, Walter Gropius e la Bauhaus di Carlo Giulio Argan avevano stampato tenaci capisaldi, nel panorama di riferimento in cui si orientava la mia giovane voglia di progettare; tenaci, al punto che per riportarli a valori relativi ci sono voluti anni, altre lezioni, altre riflessioni.
Quel giorno avrei visitato l'edificio, infine, dopo tante immagini. Finora non lo avevo potuto fare anche perché, in precedenti viaggi, esso era interdetto a chi veniva dall'Ovest politico, capitato, com'era, nella Germania dell'Est, anch'esso vittima del contrasto tra i blocchi contrapposti.
La storia della Bauhaus fu grande e tragica: era nata a Weimar, sotto la direzione dell' olandese Van de Velde con un indirizzo di artigianato artistico, per fondere metalli e piegare il legno nelle forme fluide dei suoi mobili; quando Van de Velde fu sostituito perché straniero, Walter Gropius, appena tornato dalla guerra, si impegnò nella scuola, coinvolgendo artisti De Stijl e progettisti innovatori, impegnati in ricerche espressioniste e protorazionaliste; col trasferimento a Dessau , nel '25, la scuola assunse la sua definitiva configurazione intorno ad un modello di didattica interdisciplinare, volto ad introdurre nel ciclo produttivo la progettazione moderna. Il nuovo edificio ne rappresentò il più conosciuto manifesto; di là passò gran parte dell'arte e della architettura europea e per pochi anni sembrò che, con Klee, l'angelo della storia si fosse fermato lì. Oggi si tende ad appiattirne la dialettica interna che fu invece vivace ed animata dagli spiriti del tempo: dalla conduzione dell'altoborghese illuminato Gropius si passò al comunista Hannes Mayer e, poi, al mediatore Mies van der Rohe, con discontinuità e divergenze tra i docenti; ma, soprattutto, nel fuoco di conflitti crescenti col potere che intanto, tragicamente, cambiava. Fino al trasferimento a Berlino, al ridimensionamento ed alla definitiva chiusura ad opera del nazismo. La persecuzione degli insegnanti ebrei e comunisti fece il resto.
L'edificio diventò una caserma nazista, le cui terribili foto sono esposte oggi al suo interno; poi, anch'esso fu oggetto dei BAUHAUS2micidiali colpi della guerra. Avevo visto delle foto disperanti, con le grandi vetrate sventrate e, poi, tamponate con dei muri forse al fine di preservarlo dall'occupazione degli sbandati, nel dopoguerra. Insomma, nella decadenza fisica di uno degli edifici più noti del moderno, si leggeva la crisi di un modello progressista, di una possibilità che l'invenzione tecnica ed artistica fosse una parte dello sviluppo sociale.
Ora l'edificio è restaurato ed ospita nuove funzioni, ma io non ne avevo notizie recenti; quindi, all'arrivo nella stazione ferroviaria, una certa aspettativa si era insediata nei due visitatori, ognuno improntato dall'ottica delle diverse generazioni.
Proprio lì vicino , con una breve passeggiata a piedi, si raggiunge il posto ed appare, come se tu ci fossi sempre stato, l'edificio; con la sua geniale articolazione, con l'ispessimento, all'attacco, delle travi principali (segno di una pratica del calcolo strutturale oggi datata), con il corpo a ponte sulla strada ormai pedonale, con la scritta famosa sulla parete cieca, con le vetrate ricostruite nella stessa scansione, con i balconcini fotografati tante volte da Moholy Nagy pieni delle figurine di Schlemmer o degli studenti protesi nel vuoto.
Tu ci rivedi tante architetture successive, la ripresa di un modo che,nel tempo diventò stile e perse la sua forza , ma che qui la ritrova , nel passaggio netto ma misurato rispetto al tessuto urbano storico. Poi, all'interno, sali la scalinata delle foto e dei dipinti, con gli studenti ritratti nella sintesi dei volumi puri dei loro corpi; noti anche l'attenzione che hanno messo nel design dei particolari, le maniglie, i cromatismi. Insomma, un bel lavoro che ha indotto anche al controllo dell'intorno, dove sono stati evitati volumi di altezza maggiore ed i corpi di fabbrica collegati funzionalmente all'originale rinunciano a levare i loro acuti formalistici.
Ma la cosa che più mi è piaciuta è questa: l'edificio presenta alcuni ambienti destinati ad esposizione ma, nella sua maggior parte, è una scuola ancor oggi; anzi, l'aggiunta di altri padiglioni fa pensare che sia in fase di sviluppo. Abbiamo mangiato nella mensa (dove un cartello avverte che è quella stessa del '25), tra studenti ed insegnanti e nei prati intorno dei giovani tiravano qualche calcio ad un pallone rosso.
Non c'è più l'aura pionieristica che si doveva respirare nei laboratori di fotografia e di tessitura o disegnando i costumi degli spettacoli; sembra però una buona scuola, normale.
Allora pensi a quante idee, quante sofferenze, quanta distruzione e quanta sventura ci sono volute perché una scuola potesse essere stabilmente quel che voleva essere; e pensi anche che certe correnti della storia sono più forti degli stessi protagonisti, trascinati dagli sviluppi delle loro biografie.
Chi sa se Gropius è mai più stato a Dessau, quando è tornato in Europa; certo è che dopo l'avventura americana non fu più lo stesso, “normalizzato” dal suo stesso successo.
Negli USA sperimentò la progettazione in studi di grande dimensione, nella logica embrionale dello star sistem riducendo a formalismo quello che era stato un disegno di intervento integrato sull'ambiente.
Ho ripensato che lì, negli stessi anni, abitava anche quell'Alma Mahler (già moglie del grande musicista) che egli sposò per venirne lasciato quasi subito, ai tempi della prima guerra mondiale, prima che tutto cominciasse; anche lei, sposata poi con lo scrittore Werfel ormai ricco per i diritti del libro su Bernadette, riparò in America, coltivando e raccontando la sua avventura di donna amata da un bel segmento della Austria felix. Chi sa se si sono mai risentiti.
Ancora, mi venne in mente che, dopo la guerra, lui e gli altri protagonisti del movimento moderno, mobilitati per la ricostruzione di Berlino Ovest, quasi come contraltare alla iniziativa per l'alloggio sociale della parte comunista, hanno proposto stanche esperienze di taglio professionistico sostanzialmente inadeguate al grande tema della ricostruzione della città distrutta; tanto che, negli anni '60, Carlo Aymonino si sentì di scrivere del quartiere Interbau 57 che ne raccolse i progetti: «l'Hansaviertel è lo squallido cimitero dei migliori nomi dell'architettura moderna, ignari dei drammi e delle occasioni che una metropoli moderna può oggi offrire all'espressione architettonica».
Hannes Meyer, invece, dopo aver peregrinato in Russia ed in Messico alla ricerca di contesti favorevoli allo sviluppo di quell'esperienza, morì nella sua Svizzera qualche anno dopo la pace.
Anche Mies van der Rohe conquistò l'America, lasciandoci alcune delle sue opere più belle e impegnandosi, ancora, al massimo livello, nella scuola; tornò a Berlino per quel capolavoro che è la Neue Nationalgalerie; depositò, tuttavia, nello spazio indistinto del CulturForum, con cui avevano cercato il confronto i maggiori edifici di Scharoun, un oggetto compiuto in sé, monumento in attesa della città che sarebbe venuta.
Berlino è solo scalfita dai loro segni; l'hanno costruita di più gli speculatori descritti da Rainer Fassbinder, o gli esperimenti dell'IBA o, più di recente, le grandi opere per farne di nuovo una capitale.
Dopo un ultimo sguardo alla costruzione visitammo le case degli insegnanti, poco lontane, anch'esse capaci di evocare gli antichi abitanti e quella loro stagione.  l treno del ritorno ci attendeva.
Sul sedile del vagone che tornava, nella direzione del tramonto, pensavo a questa Germania bifronte,a questo oriente oscuro nel cuore d'occidente, come diceva Alberto Savinio; al posto da cui venne il peggio del secolo scorso ed anche questo: un'idea di progresso, la teoria e la prassi dell'emancipazione operaia, la socialdemocrazia, il sogno di una sintesi tra arte ed industria, la luce di intellettuali come Rosa Luxemburg e Walter Benjamin; tanto che anche quel giorno, tornando nella città europea ospitale e piena di vitalità che oggi è Berlino da uno dei posti dove si è costruito il mito del moderno,ci domandavamo come possa quel paese rischiare  di ricacciarsi, ancora, negli egoismi e nella miope mania di grandezza che l'hanno sempre condannata.

 

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