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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

ELEPHANT AND CASTLE

MASSIMODegrado ed integrazione, espulsione di residenti e locali di tendenza, demolizioni e riqualificazione urbana: all’ombra di un bizzarro elefante, un crogiolo londinese del contraddittorio incedere dei tempi. Con il paradosso di un centro commerciale divenuto luogo identitario di una comunità.

                       di MASSIMO PALLADINI
 

ELEPHANTNella parte sud di Londra, nel quartiere Southwark, si trova Elephant & Castle.  È una zona che prende nome da uno strano monumento (un elefantino sormontato da uno schematico castello) che sorge lì, sul luogo di un’antica stazione di posta del X VII secolo, cui si aggiunse una fabbrica di coltelli che aveva quell’immagine come marchio presente, forse, già  nell’insegna di un’antica taverna nominata da Shakespeare ne La dodicesima notte come affidabile locanda fuori città. Passandoci attraverso su un vagone metropolitano in sopraelevata se ne vede il profilo disuguale, fatto di vecchie case dalla classica tipologia a schiera, intensivi degli anni sessanta e nuovi edifici prevalentemente residenziali, piccoli grattacieli di recente costruzione. Anche questi sono un segno della Londra che cambia, senza il clamore di the Shard (la scheggia) di Renzo Piano o di The Gherkin (il cetriolo), l’edificio falliforme di Norman Foster; o degli altri, invero molto meno pregevoli, grattacieli che si affollano nell’area centrale, in fregio al Tamigi. Furono essi, frutto del processo di forte densificazione delle aree centrali della città, ad innestare la crociata conservatrice del principe Carlo contro la modifica irreversibile della tradizionale sky line, rintuzzata, tra gli altri, da sir Richard Rogers, l’architetto italiano che tanta influenza ha avuto in Inghilterra, sua seconda patria. Ma essi sono la parte emergente di una più profonda trasformazione, sopravveniente dopo lo smantellamento dei tradizionali e consolidati strumenti di governo del territorio, messi in piedi soprattutto nel dopo guerra e che portarono ad esperimenti originali come la Green Belt e le New Town  per contrastare l’espansione indifferenziata ed il formarsi di periferie incontrollate; la metropoli ora ribolle (nell’inedita congiuntura che attraversa) e molte sue parti, come questa, cambiano radicalmente.
Avevo sentito di un processo avanzato di rigenerazione urbana in atto in quel quartiere ed ho cercato informazioni da fonti attendibili che ho in loco.
L’insediamento della zona, prevalentemente operaio e popolare, nel tempo ha visto crescere la quota di immigrati, in specie latinoamericani, che ha raggiunto  una notevole consistenza.
ELEPHANT DEPOCAL’area di E&C è stata oggetto di consistenti interventi di edilizia pubblica negli anni ‘60/70, anche con sperimentazioni urbanistiche e tipologiche improntate al controllo della grande dimensione, sul modello lecorbusieriano dell’Unitè d’abitation; tra questi il più noto, connotato dall’architettura “brutalista” di quegli anni è stato l’Heygate Estate, parte di un progetto  fatto di intensivi che comprendessero servizi per i residenti,traffico differenziato e pedonalizzazione sopraelevata del quartiere . Al netto delle impostazioni forse ottimistiche dell’epoca, l’immobile ha subito il degrado che lo accomuna ad altre esperienze europee ed anche italiane:  la mancanza di manutenzione, l’insufficiente o nulla attivazione dei servizi hanno indotto consistenti (anche se circoscrivibili) fenomeni di  devianza sociale. Oltre a comparire in alcuni pezzi musicali, il complesso è stato la scena del film Harry Brown, dove Michel Caine presta il volto ad un pensionato abitudinario che, alla morte di un amico, si ribella al dominio di una banda di spacciatori.
Proprio questo immobile è stato individuato come fattore irredimibile della decadenza del quartiere e su questa diagnosi sono stati avviati piani di riqualificazione urbana il cui atto propedeutico è stata la demolizione dello stabile, nonostante le resistenze dei residenti; naturalmente venne annunciato che, per esso come per le altre demolizioni previste, si sarebbe provveduto alla ricollocazione dei precedenti abitanti. Fu battuta la proposta alternativa basata su interventi mirati sull’esistente ed un forte investimento nei servizi.
Tuttavia, nonostante gli evidenti processi di degrado, si segnalarono crescenti fenomeni di integrazione tra le varie comunità ed anche una nuova vivacità della vita sociale con l’apertura di locali di tendenza, la scelta di artisti e gallerie di trasferirsi nella zona ed il ringiovanimento della popolazione insediata. Il fulcro di questi nuovi equilibri, un po’ paradossalmente, divenne un supermarket al centro dell’area in cui le varie componenti sociali, modificando le loro originarie abitudini per renderle compatibili con la convivenza, riconoscevano un centro di aggregazione. Il programma di riqualificazione andò avanti, tra demolizioni e la costruzione dei nuovi edifici residenziali, occupati ora da percettori di redditi superiori, mentre le promesse di riallocazione dei precedenti abitanti cadevano nel vuoto e l’espulsione procedeva. Sorsero così comitati di lotta contro i piani dei developers che in sede comunale trovavano ascolto privilegiato nel nome della riqualificazione urbana; nella varietà dei soggetti coinvolti mi ha colpito, ad esempio, un comitato di madri sole che ha preso contatti con ambienti universitari delle Scienze Umane e delle Arti Performative, esprimendo la loro protesta anche con attività creative. Il movimento prese forza ed elesse proprio quel modesto supermercato come segnale che esisteva una comunità: il luogo del consumo diventava per una volta un luogo identitario. I risultati ci furono tanto che con, la nuova sindacatura  di Sadiq Khan, al processo di rinnovo venne imposto un supplemento di istruttoria.
Ma i motori della trasformazione erano tutti ancora in campo e conservavano la loro forza: in primo luogo la relativa centralità e la connessione dell’area alla rete dei trasporti: paradossalmente proprio il mezzo più democratico, la metropolitana, ridisegnava i valori della rendita di posizione, rendendo appetibili aree marginali ma ben collegate. In secondo luogo la riscoperta “di tendenza” della zona da parte di  minoranze artistiche e/o intellettuali per i loro consumi o le loro residenze a basso costo  la sdoganavano per un’utenza più ampia, sensibile ai loro comportamenti.
È notizia recente che l’istruttoria è conclusa: il piano andrà avanti, nonostante le proteste e la prima vittima è proprio il supermercato, cuore della protesta.
 Un’operazione come questa (dentro i vecchi immobili e/o sostituendoli) in sociologia ed urbanistica prende il nome di “gentrificazione”, dalla parola gentry, piccola nobiltà e, poi, classe media. Noi potremmo dire  imborghesimento,  ma non come processo progressivo di omologazione ai valori borghesi che denota l’attenuarsi dell’antagonismo sociale bensì per l’impasto tra modelli valoriali, asserita oggettività della tecnica del rinnovo e base reale dell’investimento che accompagnano i processi di sostituzione .
Qui, ma è un esempio di tendenze rilevabili in molte città non solo occidentali, la riqualificazione urbana (definizione che designa molte delle speranze di intervento sulle città cristallizzate nei loro scompensi attuali) produce nuovo ordine  spaziale  ma pone le premesse per nuova esclusione sociale, in attesa di una diversa accettabile condizione urbana; ricordandoci, con Hanry Lefevre, che la città, la stessa “produzione dello spazio“  vivono delle  loro relazioni; rapporti affettivi, rapporti di affari e soprattutto rapporti di forza.

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