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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

BRUXELLES/BRUSSEL

MASSIMODebutta una nuova rubrica: partendo da un nome, luogo, una lettura, un'esperienza, si viaggia attraverso la storia e la cultura dell'uomo. Comincia con Bruxelles, una città che porta i segni delle contraddizioni dell'Europa.

             di MASSIMO PALLADINI

 

 

Nella nostra distratta percezione Bruxelles ( o Brussel in olandese) è la città dagli ovattati riti della burocrazia europea, la fonte di moniti e censure  riversati, con sfuggenti quanto oscure logiche, sul nostro agire quotidiano.
Un breve soggiorno è stata l’occasione per raccogliere qualche tratto della sua fisionomia, qualche indizio sulle sue stratificazioni.
Già nel tragitto che dall’aeroporto conduce alla città un cartello stradale si incarica di rendere più problematico questo “altrove” così presente nella nostra esperienza: sul suo fondo azzurro si legge il nome di un piccolo centro vicino: Waterloo; qui gli inglesi e i prussiani arrestarono la corsa di Napoleone Bonaparte e la sua visione di Europa unita, imperiale ma ancora permeata dei residui valori rivoluzionari ai quali aveva attinto. Prevalse la settima coalizione contro di lui, che riuniva le potenze nemiche per difendere lo statu quo e lasciarsi la possibilità di sbranarsi nelle prossime guerre. Un luogo dell’anti- Europa, quindi: intesa solo come “espressione geografica” anch’essa, oltre alla piccola Italia dilaniata. Oggi in questo territorio si è scelto di rappresentare la costruzione europea; mi sembra un bel passo avanti ma è opportuno ascoltare gli ammonimenti che il genius loci esprime.
Tutto il Belgio,del resto, è il  risultato di incontri e scontri: Federazione tra le Fiandre olandesi, la Vallonia francofona e la comunità tedesca, essa cristallizza nel suo Stato le scorrerie  ed i capovolgimenti di fronte che hanno attraversato quelle regioni ; la  sua stessa monarchia  dall’immagine tranquilla è recente e segue quella epocale sconfitta: infatti solo nel 1830  fu insediato Leopoldo I Sassonia Coburgo, con l’assistenza e garanzia inglese contro la reazione dei confinanti.
Ma fu Leopoldo II ad interpretarne lo sviluppo e  le contraddizioni: fu riformatore all’interno e, coabitando a lungo con  uno dei primi governi laburisti, promulgò leggi socialmente rilevanti improntate ad una  prima tutela del lavoro; ridusse l’esercito, dentro una politica di neutralità; promosse grandi lavori e le arti, tra cui il nascente  movimento Liberty che nella città ha lasciato i suoi segni maggiori.
Ma egli cercava un posto  tra le potenze coloniali: quasi un dover essere, per tenere il passo degli Stati europei; dopo aver tentato in Sudamerica e in Asia, si concentrò sul Congo, nel centro dell’Africa. Qui organizzò privatamente una società di copertura con finalità “scientifiche”, ingaggiando l’esploratore Henry Stanley, rinomato per aver ritrovato in Tanzania il disperso David Livingstone. Il suo colonialismo “privato” si basò su centinaia di contratti ingannevoli stipulati dall’esploratore e dai suoi emissari. Lo sfruttamento delle risorse (il caucciù, specialmente) comportò di organizzare un vero sistema di schiavitù, gestito con efferate stragi repressive, tali da oscurare le precedenti ed anche i successivi olocausti.  Lì Joseph Conrad prese il modello per Cuore di tenebra, il tragico personaggio letterario capace di giungere fino ad Apocalypse Now dove Francis Coppola assegnò a Marlon Brando la maschera di anima nera della guerra del Vietnam. La brutalità di Leopoldo fu tale che il Parlamento lo indusse, nei primi anni del ‘900, a cedere il possedimento allo Stato per applicarvi un minimo di controllo legislativo; nacque il Congo Belga fino al 1960, anno di un’indipendenza subito sporcata dall’omicidio di Patrik Lumumba.
Eppure la statua equestre del Re genocida si trova su Boulevard du Regent, nel quartiere delle ambasciate, con la scritta sul piedistallo: ”Patria memor”.
Regno neutrale dotato di garanti, quindi, e proiettato sui suoi affari, proteso nella modernizzazione novecentesca, parvenu  nel club coloniale, che recuperò in efferatezza il suo ritardo: ma per due volte la Germania l’aggredì, nelle Grandi Guerre; finché il Belgio si schierò, con la Nato e con la nascente Comunità Europea dal ’58.
Due anni prima c’era stata la tragedia della miniera di Marcinelle, piena di lavoratori stranieri e soprattutto italiani, che erano lì in base ad un protocollo intergovernativo (del’47) tra i due paesi per scambiare carbone con mano d’opera, fissandone anche le dure condizioni di ingaggio. L’Europa era già cominciata, quindi; sulle gambe della Ricostruzione, dentro i nuovi equilibri mondiali e badando al sodo di convenienti scambi tra quello di cui ogni contraente disponeva. Da allora, quando si doveva stare in miniera per obbligo contrattuale pena il rimpatrio (condizione cui si sottrasse a fatica Rocco Granata, fortunato compositore del brano Marina che conoscerà un successo internazionale) le cose sono molto cambiate, tanto che il difficile equilibrio tra le distinte comunità ha potuto essere garantito fino a pochi anni fa dalla leadership del socialista Elio Di Rupo, figlio di minatori provenienti da San Valentino in Abruzzo Citeriore.
Bruxelles, infatti, è oggi una delle città più multietniche, con grande presenza della comunità italiana.
BRUXELLESLa città mostra i segni di questa storia accelerata, che l’ha tolta dalla sua condizione di centro mercantile dei secoli passati: grandi viali e parchi, una sistematica cancellazione di corsi d’acqua che la caratterizzarono in funzione della circolazione, un’edilizia moderna anonima quanto basta a fornire il nuovo volto della capitale burocratica d’Europa che si espande intorno al nucleo storico .
Al centro, ora, si costruisce l’immagine bonaria e accattivante di città dalla antica borghesia operosa: dall’offerta delle innumerevoli varietà di birra, ai molluschi impanati e fritti, alle cioccolaterie piene di praline fino all’esibizione di un gradevole costume di tolleranza ed eleganza; ed, ancora, gli edifici Art Nouveau di Victor Horta, Magritte, la scuola belga di fumetti, l’ospitalità a Verlaine e Rimbaud nel burrascoso epilogo della loro relazione e perfino al fuggitivo Carlo Marx che frequentò la “Casa del Cigno” sulla Grand  Place  e qui pubblicò il suo Manifesto, prima di essere di nuovo espulso verso l’ Inghilterra.
Ma si avverte  che le identità sono sovrapposte, gli strati non omogenei: soprattutto l’ultimo, quello delle Istituzioni europee, cui la città dedica anonimi palazzi per uffici in periferia come sede della Commissione Europea o una stilisticamente pasticciata agorà per il Parlamento  il cui cuore è affidato ad una invero  anonima sala delle assemblee.
Architetture estranee alla città, forse più dell’ Atomium, ingenuo colosso costruito per l’Expò del 1958 per una vita temporanea  e che ancora campeggia nel suo parco.
Eppure Bruxelles, sul finire dell’ottocento, aveva eretto la più gigantesca Corte di Giustizia: ventiseimila metri quadrati, più di cento di altezza, visibile da lontano ed oggi cantiere continuo in cerca di funzioni adeguate; ed è lì a mostrare come la giovane monarchia tenesse ai simboli più della giovane Europa.
Forse, infine, è la Grand Place che ancora rappresenta meglio la città: la piazza delle corporazioni e dei mestieri che da più di cinquecento anni si adorna dei suoi palazzi decorati in oro, ad esprimerne  la prosperità e la potenza; la piazza del mercato, intorno a cui si raccolsero contro lo strapotere francese.
Un simbolo persistente, che le odierne aspirazioni unitarie non riescono a scalfire; dovrebbero mettere radici altrettanto profonde.

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