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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

IL VALORE DELLA TIMIDEZZA

CONIGLIOConsiderata da molti come caratteristica negativa e al confine con il patologico, la timidezza ha invece un grande valore nelle relazioni umane. E perfino nella sopravvivenza della specie.

            di EIDE SPEDICATO IENGO

 

Pur in un’epoca così smitizzata come l’attuale, sono ancora molti gli animali-totem che accompagnano il nostro percorso esistenziale. Aquile, falchi, lupi, volpi, leoni, pantere costituiscono un pantheon altolocato e diffuso nel nostro immaginario collettivo. L’acutezza dell’aquila, l’eleganza del falco, eidela fierezza del lupo, l’astuzia della volpe, la potenza del leone, l’agilità della pantera rappresentano requisiti fortemente desiderabili che ciascuno ambirebbe possedere. Non per caso, nel passato, era ricorrente nell’araldica l’immagine di questi animali e talora anche la loro fusione. Si pensi, per esempio, all’ibrido, inquietante grifone, che associando in sé la regalità dell’aquila e del leone, simboleggiava la perfezione e la potenza e, nella tradizione cristiana, una figura del Cristo nelle sue due nature: quella divina (l’aquila signora dei cieli) e quella umana (il leone re della terra)[1].
C’è da scommettere che in questa cornice declinata tutta al positivo, difficilmente qualcuno vorrebbe somigliare al riservato, morbido, tenero, impaurito coniglio che, ovviamente, non ha mai sfiorato l’ingresso di stemmari o di corredi nobiliari. Troppo vulnerabile, troppo emozionato, troppo ansioso, troppo impacciato, troppo esitante, il coniglio non sembra rappresentare un modello desiderabile e da imitare. Eppure la timidezza è una variante assolutamente normale della condizione umana e, peraltro, molto utile dal punto di vista biologico: costituisce, infatti, un indispensabile e prezioso vantaggio per il patrimonio genetico umano e per la sopravvivenza della specie. Non vanno, infatti, spese molte parole per dimostrare che la sopravvivenza in ogni ambiente di una qualsivoglia specie ha bisogno di una grande variabilità interna: ovvero, non può fare a meno sia degli individui disinvolti, socievoli, audaci, coraggiosi, poco recettivi alla paura e capaci di lottare, sia di quelli esitanti, cauti, ritrosi ma in grado di percepire e individuare in fretta i pericoli e, in tal modo, proteggere sé stessi e gli altri. Per questo motivo i timidi non si sono mai estinti: per la loro sensibilità e reattività al nuovo, al non familiare, al pericolo potenziale. Di qui l’attenzione che la ricerca scientifica, in particolare quella che si occupa dei fondamenti biologici del comportamento umano, riserva a questa espressione della condizione umana. 
Il punto di vista della biologia precisa, appunto, che i processi psicofisiologici e psicologici che sottostanno alla timidezza appartengono al patrimonio universale dell’umanità[2]. Essere timidi è normale come avere gli occhi azzurri o gli occhi neri, i capelli biondi o i capelli rossi, la pelle chiara o la pelle scura. Pertanto, se in certi ambienti, in certi luoghi o in certe circostanze si attivano forme di intolleranza nei confronti di queste specifiche varianti umane, la patologia è da ricercare in chi le pratica non in chi ne è portatore.
La timidezza, quindi, non va letta (come spesso avviene) in veste di malattia da curare o di handicap da superare con l’autoconvincimento razionale, ma appunto come una espressione fra le altre della specie umana, peraltro utile alla sua tutela. Eppure non è raro imbattersi in testi che collocano la timidezza all’interno di un continuum che va dalla normalità alla patologia, rischiando di estenderne il concetto anche a situazioni esplicitamente patologiche, quali per esempio gli attacchi di panico, l’agorafobia, la misantropia e altro ancora[3].
Questo modo di considerare la timidezza -a detta di Giovanna Axia che ha dedicato molti studi a questa caratteristica temperamentale- è profondamente discutile e sbagliato sia sul piano scientifico, che su quello etico. Sul primo, perché le classificazioni di tipo psichiatrico non tengono conto dei risultati della ricerca neuropsicologica che, soprattutto a partire dall’ultimo ventennio del secolo scorso, approfondendo le basi costituzionali e biologiche delle differenze individuali nel comportamento umano, ha rivisitato l’interpretazione della timidezza; e, sul secondo, perché agitando spettri di malattia molto lontani dalla condizione normale dei soggetti timidi, possono creare in costoro situazioni di disagio e sofferenza immotivata.
Piuttosto, non andrebbe mai dimenticato che le varie caratteristiche umane, incluso il comportamento osservabile, hanno una fondamentale funzione biologica: l’adattamento all’ambiente che, a sua volta, garantisce la sopravvivenza dell’individuo, la sua riproduzione e la sopravvivenza della specie. Ovvero, e detto altrimenti, gli individui e le specie sopravvivono non a motivo delle loro eccellenti qualità, ma solo e in quanto le loro caratteristiche si “incastrano” bene con le caratteristiche specifiche che richiede l’ambiente nel quale vivono[4]. «È questo il concetto darwiniano di goodness of fit (bontà di adattamento reciproco) […]»[5]. Naturalmente, anche le caratteristiche psicologiche, soprattutto quelle a forte base ereditaria o biologica, svolgono un ruolo funzionale o disfunzionale all’adattamento. Essere fiduciosi e aperti agli altri è indubbiamente una caratteristica umana positiva e costruttiva, ma in certi casi gioca contro. Nella Germania nazista, per citare un caso estremo, la sopravvivenza è stata garantita soprattutto agli ebrei più pessimisti e diffidenti che l’hanno abbandonata per tempo[6]. Si vuol dire che l’adattamento biologico, al pari di quello culturale, «non è etico […]. L’adattamento è spietato, poiché considerazioni di giustizia o moralità non fanno parte della biologia in sé»[7]. Pertanto, quello che «possiamo fare come esseri umani –continua la Axia- è costruire ambienti culturali dotati di principi morali di tolleranza, flessibilità e aiuto reciproco in modo che l’ambiente selezioni meno persone possibili e vengano premiate soprattutto le qualità umane più elevate. La nostra responsabilità, in poche parole, è quella di costruire ambienti culturali i più sani possibile, senza dimenticare che nella storia molti sono stati e sono i fallimenti»[8].
Andrebbe, dunque, contrastato il modello sociale che poggia esclusivamente sull’affermazione individuale, ha perso il senso del limite e del pericolo, ritiene manchevoli le nature più caute e prudenti; e, per contrappunto, riservata attenzione a ciò che (all’apparenza un difetto) è in realtà una risorsa, come la timidezza. I timidi, infatti, svolgono una funzione fondamentale per la nostra sopravvivenza perché segnalano dove siamo più fragili e vulnerabili, cosa dobbiamo temere e a cosa dobbiamo prestare attenzione per il nostro ben-essere, quanto siamo predisposti a reagire intensamente agli altri, e, in particolare, quanto sia profondamente adattivo aver paura dell’instabilità[9].
A questo proposito va rammentato che una società che si modula sul sempre “nuovo” e “diverso” strattona la struttura biologica e psichica degli individui che, sebbene sia elastica, non lo è tuttavia all’infinito. Ogni norma di adattamento, che lo si voglia o no, esige un prezzo e l’attuale riformulazione di sé per rispondere a scenari sempre più discontinui, instabili, accelerati può logorare il corpo, compromettere il rendimento, ridurre il perimetro delle emozioni, del tempo riflessivo e dello spazio esplorativo. Insomma, l’eccesso, la rapidità di informazioni e il sovraccarico di innovazioni possono intrappolare nel caos di esperienze ingestibili e interrompere il legame fra gli uomini e le cose. Il controllo dell’ambiente e la percezione della realtà poggiano, infatti, sulle menti agili e plastiche che sanno valutare e selezionare con lucidità, non su quelle fluttuanti, anestetizzate, instabili, a rimorchio di ogni novità, né su quelle disinvolte, irruenti, autocentrate, autoreferenziali che contano solo sulle proprie capacità, trascurando che gli esseri umani hanno limiti biologici prefissati nel corpo, nella mente, nella vita emotiva.
Essere timidi, dunque, è un indispensabile vantaggio per il patrimonio genetico della specie, come si diceva. Chi, infatti, se non il timido è attento alle sfumature emotive degli altri? Chi, se non il timido, presta particolare attenzione alle persone con cui entra in contatto? Chi, se non il timido, è in grado di percepire immediatamente il pericolo additandolo ai disattenti, agli spavaldi, ai temerari, ai coraggiosi? Dovremmo, perciò, imparare a considerare la timidezza una virtù da rispettare e tutelare per la funzione che svolge a vantaggio della vita. Gli esseri umani sono programmati per essere sereni solo all’interno di relazioni sicure, stabili, affettuose. È questo l’insegnamento della timidezza.

 [1] Verosimilmente si deve ad Isidoro di Siviglia la lettura di tale figura del Cristo nel grifone, unione del leone e l’aquila e simboli rispettivamente degli evangelisti Marco e Giovanni.

[2] G. Axia, La timidezza, il Mulino, Bologna, 1999, p.7

[3] Idem, p.12.

[4] Idem, p.95

[5] ibidem

[6] Idem, p.96

[7] Ibidem

[8] Ibidem

[9] Idem, pp. 123-124

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