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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

A CONTI FATTI, I LAKERS

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L'inatteso lieto fine per Andre Ingram, che inseguiva la Nba dando ripetizioni di matematica.

    di PAOLO CIANCI

PAOLO

 

Nessuno resta a lungo in G-League, il mondo di mezzo del basket americano. La Nba, la competizione sportiva più seguita al mondo, vi investe ingenti risorse, utilizzandola come lega di sviluppo in cui testare nuove regole, nuovi mercati e soprattutto nuovi giocatori. Giovani non dotati delle sacre stimmate del talento, ma che forse un giorno potranno tornare utili. E che intanto possono mettersi in mostra in un torneo apparentemente simile alla “serie maggiore”, ma che dietro la vernice sfavillante dello show nasconde palazzetti semideserti, trasferte al risparmio e squadre che ogni tanto saltano in aria. Perché nella testa di spettatori, giocatori, allenatori e dirigenti c’è solo l’approdo ultimo, la Nba appunto.
Nessuno resta a lungo in G-League: è come il pianerottolo di un condominio, in cui si transita per due motivi, salire al paradiso dei piani alti, per una permanenza più o meno lunga in una delle milionarie franchigie professionistiche, o uscire valigia in mano alla ricerca di un posto nel mondo. Sia esso un contratto nel basket internazionale, o un futuro lontano dalla palla a spicchi.
Nessuno resta a lungo in G-League, che non aggiunge motivazioni economiche a quella che sola ti fa passare di lì: il sogno di fare canestro al Madison Square Garden o allo Staples Center. E se per inseguire quel sogno vuoi soggiornarci più a lungo dei pochi mesi che servono agli osservatori per bollarti campione o brocco, affari tuoi.

Così, nessuno resta a lungo in G-League. Tranne chi ha l’incrollabile convinzione di potercela fare, o chi si ritrova prigioniero della sua ossessione. Come Andre Ingram, ex promessa di Richmond, Virginia, che a 32 anni può “vantare” un’intera carriera nel campionato dove tutti passano e nessuno si ferma. Quattro stagioni agli Utah Flash, prima che questi abbassino la saracinesca, poi la maglia dei Los Angeles D-Fenders, con cui gioca a più riprese nei successivi 6 anni. Nel mezzo, le proposte per giocare (e guadagnare) all’estero sempre rifiutate con ostinazione, nella convinzione che restare il più vicino possibile alla Nba fosse l’opzione migliore per arrivare un giorno a toccarla.
Prima del decennio di limbo, Andre era stato una piccola star al college, e quegli anni non gli lasciano solo una bacheca piena di premi individuali, ma anche una laurea in fisica ed una passione per la matematica. Se lui stesso ammette, tra il serio e il faceto, che la conoscenza della prima materia lo aiuta nel tiro da lontano, la padronanza della seconda non è meno importante per la sua sopravvivenza nella lega di sviluppo, consentendogli di arrotondare il modesto ingaggio con le lezioni private. Alle ripetizioni estive si aggiungono ben presto gli appuntamenti via Skype durante la stagione, anche perché nel frattempo la famiglia si allarga e dopo il matrimonio arrivano due figlie.
L’Andre cestista continua a fare i conti col suo chiodo fisso, che gli impone di continuare. Ma è anche un tiratore mortifero capace di vincere due volte la gara del tiro da 3 punti nell’All Star Game (la seconda con un punteggio mai realizzato neanche dai cecchini Nba), e di diventare il giocatore in assoluto con più triple segnate nella lega. Tutto inutile, il telefono che dovrebbe squillare dal piano di sopra resta muto.
Il dubbio può insinuarsi anche nel cuore dei più tenaci, e il momento di debolezza arriva per il nostro nel 2016, quando risponde alle sirene di Perth e si trasferisce nel campionato australiano. Andre ha riposto il sogno nel cassetto e si è rassegnato ad un finale di carriera in cui raggranellare qualche spicciolo all’estero? Se è così, dura poco: due partite dopo il suo arrivo, è già su un aereo che lo riporta in patria. Per convincere l’esterrefatto coach a lasciarlo partire adduce danni psicologici causati dalla lontananza da casa. Ma Perth, che si consolerà vincendo il titolo nazionale, non sarà l’unico club in cui Ingram giocherà solo due gare.
Torna ai D-Fenders, e si conferma il miglior tiratore dalla distanza della lega nella quale sembra ormai destinato a svernare finché non appenderà le scarpe al chiodo. Se non fosse che a pochi chilometri di distanza ci sono Hollywood, sempre pronta a prestare alla realtà una delle sue sceneggiature tanto amate dagli americani, e i Los Angeles Lakers, una delle squadre più vincenti di sempre, per quanto momentaneamente caduta in disgrazia, che sta chiudendo la stagione Nba senza più velleità di classifica.
È il momento perfetto per scrivere il lieto fine. Convocato in sede, Ingram pensa a un’intervista, ma si ritrova davanti nientemeno che Magic Johnson. È la leggenda vivente a pronunciare la frase che ormai non pensava avrebbe più sentito: “C’è bisogno di te per gli ultimi match. Passi in Nba”. Ingram firma per i Lakers “fino al termine della stagione”, come recita il comunicato ufficiale del 9 aprile. Peccato solo che il termine della stagione sia l’11 dello stesso mese. Tre giorni, due partite. A 32 anni, esordiente e veterano allo stesso tempo, lo attendono lo Staples Center e la capolista, gli Houston Rockets. La sua storia ha già fatto il giro della città, e al suo ingresso in campo i tifosi lo accolgono con un’ovazione da brividi. Sul campo non tradisce l’emozione, e come ha fatto per una vita su palcoscenici leggermente meno nobili si esibisce nella sua specialità, il tiro da 3: alla fine saranno 19 punti con 4 triple, che aiuteranno i gialloviola a sfiorare l’impresa. Perderanno di 6, ma questo nella sceneggiatura non deve necessariamente figurare.
Davanti alle telecamere e ai microfoni, i capelli brizzolati prima del tempo non rendono meno genuina la sua felicità da bambino convinto di aver appena realizzato il sogno della sua vita: “Dieci anni nella lega di sviluppo, ma non sono stati anni che ho odiato o non mi sono goduto. Certo, c’è stato anche il tempo dei Chissà se quel giorno arriverà mai. E ora sono grato che sia arrivato”.
24 ore dopo sarà ancora in campo per l’ultima di campionato, ma non si ripeterà. Il coach e i compagni gli danno fiducia, ma non va oltre i 5 punti e una lunga serie di errori al tiro. Forse l’improvvisa popolarità, forse la stanchezza dovuta ai pasti e alle ore di sonno saltate per via dell’adrenalina. O forse, nel calcolare quando sparare le cartucce a disposizione, André ha solo fatto alla perfezione i suoi conti.

 

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