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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

FONTECCHIO, PAESE D'EUROPA

FONTECCHIODopo le macerie del terremoto, la scelta del Comune di puntare sulla cultura ha aperto nuovi orizzonti, nonostante l'inerzia delle istituzioni nazionali. Intervista alla sindaca del borgo.             

    di MARIA ROSARIA LA MORGIA

 

MARIA ROSARIAPrimo comune italiano ad aderire alla convenzione del Consiglio d’Europa di Faro (dal nome della città portoghese dove è stata firmata) Fontecchio, splendido borgo dell’aquilano con poco più di trecento abitanti, da qualche anno si ritrova a dialogare con grandi città europee su passato e futuro. Un percorso iniziato dopo il 2009 quando le macerie del terremoto si sono aggiunte ai problemi legati all’abbandono delle aree interne. Passo dopo passo, mattone su mattone, è partita la ricostruzione e l’orizzonte si è allargato. Il paese ha deciso di investire sul futuro e sul nuovo modo di considerare l’eredità culturale introdotto dalla convenzione di Faro che all’articolo 2 parla di "un insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione”. Una scelta strategica che ha visto protagonista l’amministrazione comunale guidata da Sabrina Ciancone. Una scelta fatta con passione e con coraggio. Che cosa vi ha spinti su questa strada?

CIANCONELa spinta viene dalla necessità impellente di riempire di vita gli edifici che si stanno ricostruendo, dal voler continuare ad assicurare quei servizi minimi che garantiscono, insieme alle condizioni ambientali, una qualità della vita così alta nei nostri paesi. Il coraggio richiesto è tanto perché dobbiamo riuscire a bilanciare le necessità contingenti dei nostri abitanti con il lavoro su azioni di lungo termine, i cui risultati sono lenti, parziali, sempre precari… La conoscenza della filosofia della Convenzione di Faro è stata la conferma e la spinta a proseguire sulla strada intrapresa dall’inizio del mandato: coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali, cura del paesaggio, progetti d’area vasta, relazioni internazionali, spinta al rafforzamento del senso di identità, memoria, comunità.

 L’Italia dei piccoli comuni fa fatica a sopravvivere anche se in tanti la evocano come un paradiso terrestre. Il rischio è di cadere nella retrotopia, nella nostalgia del passato, mentre c’è bisogno di solide radici per guardare avanti. In questo la convenzione di Faro rappresenta un’inversione di tendenza e, forse per questo, in Italia non è ancora stata ratificata?

 I motivi dei ritardo italiano a ratificare la Convenzione purtroppo sono meno ideali e più avvilenti. Ci può essere qualche recalcitranza ad intendere in modo nuovo il patrimonio, le relazioni tra istituzioni e privati (lo abbiamo visto in modo inequivocabile in altri Paesi europei). Ma l’inerzia del nostro Parlamento è colpevole per l’indolenza dei soggetti e la complessità delle procedure. L’intenzione di completare l’iter è stato più volte assicurato in Parlamento, grande è stata la mobilitazione “civile”, ma siamo arrivati alla scadenza della ennesima legislatura, a un passo dalla ratifica, senza raggiungerla.
Il fresco spirito innovativo, il profondo senso democratico che sottostanno alla Convenzione sono i suoi aspetti più nobili ed efficaci per fare delle nostre comunità centri di vita attuale, rigenerativa e non scenografie sporadicamente fruite.

 La Convenzione di Faro evidenzia anche la necessità che l’eredità culturale sia utilizzata per “arricchire i processi di sviluppo economico, politico, sociale e culturale e di pianificazione dell’uso del territorio, ricorrendo, ove necessario, a valutazioni di impatto sull’eredità culturale e adottando strategie di mitigazione dei danni” e per “promuovere un approccio integrato alle politiche che riguardano la diversità culturale, biologica, geologica e paesaggistica al fine di ottenere un equilibrio fra questi elementi”. Si fa strada una nuova economia?

 Tutti i principi di economia circolare, nei nostri comuni hanno senso e fondamento. Intendere l’eredità culturale come patrimonio della comunità, non dei singoli proprietari, non dell’astratta entità statale, spinge ad “usare” il patrimonio in modo nuovo. La valorizzazione diventa “tutela relazionale”, fatta anche dagli abitanti che si sentono parte di quel patrimonio, materiale e immateriale. Abbiamo conosciuto declinazioni di questo approccio: il contratto sociale di Viscri in Romania, la cooperativa Hotel du Nord a Marsiglia. E anche noi, a marzo abbiamo fondato una Cooperativa di comunità, per aumentare la coesione sociale, creare opportunità di lavoro, stimolare all’intraprendenza e ridistribuire i benefici di attività economiche a tutti gli abitanti.
Ci sentiamo nel vortice di tanti circoli virtuosi, a volte con qualche vertigine, più spesso con l’entusiasmo di scorgere ogni giorno una porzione di panorama nuovo!

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