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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

ESPERIENZE MANCATE

MARIO TAGLIANILa scuola nel "vissuto" dei ragazzi che entrano in carcere. Ragazzi cresciuti in solitudine, i cui segni dolorosi la scuola spesso non coglie. La necessaria conquista dell’inclusione. E la bellezza va sempre cercata.

                       
di MARIO TAGLIANI
 

  

Trascorsi i primi tre anni di vita in famiglia, quei mille giorni in cui si costruiscono i modelli relazionali su cui intessere poi tanti futuri rapporti, il bambino si affaccia alla vita sociale attraverso il primo importante incontro con il mondo della Scuola: infanzia, primaria e secondaria di I grado le esperienze formative di maggior rilievo. In essa si incontrano coetanei e si inizia a capire il significato delle regole comuni, che permettono a tutti di esprimersi, rispettarsi e stare bene insieme: luogo di formazione per eccellenza.
Per molti ragazzi, che poi conosceranno il carcere, questo incontro si tradurrà invece nella scoperta della propria inadeguatezza rispetto alle richieste di un mondo così lontano e altro dal proprio e l’obiettivo fondamentale di fornire contenuti di conoscenza nei vari ambiti disciplinari e di trasmettere il patrimonio di sapere accumulato dall’umanità nel corso della storia diventa uno sfondo troppo distante e incomprensibile.
“Io con questo finocchio non ci sto”. Ho scelto una tra le espressioni che più frequentemente mi vengono rivolte dal ragazzo che, dopo un paio di giorni ristretto in carcere, in cui è stato sottoposto ai controlli sanitari e ha preso confidenza con la cella, viene accompagnato da un’educatrice davanti all’aula scolastica e me lo presenta.
Immaginate questo ragazzo che, per una serie infinita di circostanze, ha cominciato prima con piccoli furti e poi con reati sempre più gravi, fin quando il giudice decide per una custodia cautelare. La costante che lo accomuna agli altri già presenti in aula è un percorso scolastico nefasto, sommatoria di continui insuccessi, un susseguirsi di richiami, note, sospensioni ed espulsioni che propone, a volte, paradossalmente, la promozione come strumento liberatorio, per la scuola naturalmente. Per fortuna non tutti i ragazzi che vanno “male” a scuola finiscono in carcere, ma è pur vero che ogni ragazzo che finisce in carcere andava “male” a scuola.
Immaginate allora quando, dopo essere stato preso dalle Forze di Polizia, essere stato interrogato per l’ennesima volta dal giudice che stavolta decide di rinchiuderlo, gli viene proposto di tornare a scuola, in quell’aula scolastica che ha sempre odiato e nella quale ha vissuto a disagio già dal primo giorno.
Un naturale meccanismo di difesa lo porterà ad offendere l’insegnante e tutti quelli che avranno a che fare con lui in modo da ritrovarsi nella situazione a lui più familiare: si farà cacciare per tornare in cella da solo e mollerà tutto, perché ormai è la sola cosa che sa fare bene. Meglio per lui riproporre scenari conosciuti che azzardare il sogno di un orizzonte nuovo, dove parole ancora incomprensibili risuonano come provocazioni e anticipazioni di vecchie sconfitte.
Sono ragazzi che provengono da contesti familiari fragili, in cui l’accompagnamento e la cura di adulti significativi sono esperienze mancate. Spesso anzi, vengono caricati di responsabilità emotive e di affanni quotidiani, il cui peso metterebbe alla prova qualunque adulto maturo. Crescono velocemente ma in solitudine e divengono terreno fertile per il radicamento di atteggiamenti, reazioni e comportamenti non sani.
I segni del disagio sono già ben evidenti all’ingresso della Scuola dell’Infanzia: comportamenti aggressivi e violenti, irrequietezza, instabilità nell’umore, reazioni spropositate di fronte al richiamo o all’affermazione della regola, incapacità di tollerare la frustrazione. Segni che poi aumenteranno in intensità e frequenza, richiedendo azioni educative e interventi sempre più complessi.
Spesso la Scuola si mostra incapace di cogliere questi segni dolorosi, dimostrando di mancare di intuito educativo, di quella forma di intelligenza pedagogica che dovrebbe andare ad integrare la teoria delle Intelligenze Multiple. Rinnega il suo mandato di Istituzione educativa perché rifiuta di contenere le parti fragili, negative e distruttive dell’alunno per restituirle accolte, risanate e integrate, facendogli così credere di essere davvero inadeguato, in un luogo che non fa per lui.
Salgono alla mente le parole dei ragazzi di don Milani che, nella lettera alla professoressa, accusavano la scuola di fare parti uguali fra disuguali, di essere un ospedale che accoglie i sani e respinge i malati.
Ed ecco che allora il vuoto si dilata a dismisura, altri modelli si avvicendano e lo attraggono, i sogni diventano padroni della sua vita e non più stimolo ad impegnarsi per raggiungere l’obiettivo. Di fronte al bivio delle scelte, nessuno è vicino a consigliarlo, la famiglia è evaporata da tempo, la scuola gli volta le spalle ed il suo vuoto si riempie di modelli sbagliati.
Cosa potrebbe fare la scuola in termini di buone pratiche per accogliere e gestire il disagio?
La Scuola dovrebbe accogliere, prima sul piano mentale e solo successivamente con una serie di azioni inclusive, una utenza “diversa”, che non risponde al modello ideale di studente, sul quale gran parte degli operatori della scuola hanno costruito dinamiche e modelli organizzativi rigidi e comporterà sicuramente maggiori sforzi nella gestione di progetti individualizzati e nel reperimento di risorse umane adeguate all’impegno richiesto.  
Questo ragazzo, utente tipo della Giustizia minorile, non presenta apparentemente alcuna caratteristica che permetta, ai molti, di considerarlo parte di quel mondo scolastico e detentore quindi dei medesimi diritti inviolabili ad apprendere ed a formarsi come allievo e cittadino.
Se proviamo a leggere la Scuola in chiave organizzativa, che si muove con logiche di azione a legame debole, potremmo forse individuare sentieri percorribili da praticare, con le più svariate declinazioni, nelle nostre scuole.
Nel processo di apprendimento intervengono numerose variabili, personali e sociali, che influiscono e determinano, anche in modo drastico, l’apprendimento stesso.
Spetta alla Scuola presidiare processi e risorse, affinché le interferenze negative possano essere gestite sufficientemente e si realizzino condizioni favorevoli all’apprendimento ed alla crescita della persona.
La “Scuola inclusiva” è un traguardo che si conquista faticosamente; non è un processo naturale e neppure uno slogan da esibire. L’inclusione richiede volontà nella determinazione dell’impegno, creatività nella disponibilità mentale, flessibilità organizzativa e coraggio inteso come assunzione di responsabilità.
Da sempre il mio compito quindi è stato presentare un’aula scolastica non più come un luogo di punizione, un posto dove ci si sente a disagio, un ambiente inadeguato alle scarse conoscenze possedute, ma come un’isola in cui, durante il periodo di detenzione, ogni ragazzo possa sentirsi almeno protetto, tranquillo e cambiare il suo concetto di scuola.
Un’aula che lo sappia accogliere nonostante tutto, dove troverà ragazzi che hanno fatto lo stesso percorso ed hanno utilizzato gli stessi meccanismi di difesa, ragazzi che saranno suoi compagni di viaggio senza la possibilità di giudicare, dove competenze magari nascoste, che ogni ragazzo si porta nell’intimo, potrebbero venire a galla a dimostrare che la bellezza va sempre cercata, nonostante tutto.

 

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