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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

CAPRI-REVOLUTION

NICOLARANIERI1Il film conclude una trilogia di Mario Martone in cui storie ambientate nel passato ci parlano del nostro tempo. Ideali, scienza, illusioni, radici, violenza e sacro in un progetto pedagogico nel senso rosselliniano.

                                                di NICOLA RANIERI

 

Capri, la costiera amalfitana, il Cilento sono i luoghi della formazione e del sentire poetico di Mario Martone. Non a caso vi ambienta questo e anche i momenti decisivi degli altri due film della trilogia: Noi credevamo (2010) e Il giovane favoloso (2014) nel quale viene narrato come l’ultimo Leopardi, proprio nel Vesuvio, scopra il destino di una esistenza in cui la scrittura è un inesausto meditare su se stesso e sul mondo; sulla necessità di far strage di illusioni e, al contempo, di conservarne la forza vitale.
I protagonisti sono “giovani ribelli”. O spinti a combattere – per l’indipendenza e l’unità d’Italia – dalla volontà di credere in una indefessa militanza come forza trainante della storia. O profondamente capaci di sentire (come Leopardi) il rapporto-scontro tra ragione e natura. O immersi nell’inestricabile intreccio di mente, cuore e corpo, volti perciò a superare ogni dicotomia che la civilizzazione ha astrattamente creato. Tutti insieme formano una sfaccettata trilogia ideale attraverso storie (apparentemente marginali rispetto alla grande Storia) ambientate sì nel passato, ma che parlano del nostro tempo. Perché costituiscono una sorta di inconscio collettivo dal quale, riaffiorando, possono illuminare in qualche modo l’oggi. Ed è ciò verso cui il regista tende. Dal rapporto con la sua terra e con le vicende di coloro che vi abitarono o che, soggiornandovi, incontrarono il loro destino, egli trae alimento poetico per un’arte che sia anche pedagogica – secondo la lezione di Roberto Rossellini, nel cui progetto enciclopedico il cinema e la televisione erano strumenti in grado di comunicare idee in modo forse più efficace della scuola e dei libri.
CAPRI3Il titolo del film doveva essere Capri-batterie, lo stesso di una delle ultime opere (del 1985) di Joseph Beuys. In essa l’artista tedesco, per rendere omaggio all’amata Italia, pone su una scatola di legno una lampadina gialla innestata con un limone: l’energia contenuta nel frutto accende una lampadina di luce gialla, come la solarità mediterranea.
Proprio una simile possibilità mostra (nel film) Seybu a Carlo. Nel buio del salone – “laboratorio”  – sperimenta l’accensione di una lampadina collegata ai limoni. Poi apre le finestre e, in controluce, parla come un santone. Per il giovane medico (ateo, scientista, socialista) questo voler oltrepassare la fisica è solo un trucco. Bisognerebbe invece migliorare le sorti dell’umanità con la scienza. E la classe lavoratrice, “approfittando” della guerra imminente, potrebbe far esplodere il sistema capitalistico e instaurare un nuovo ordine.
Ma Seybu non pensa che gli uomini stiano al mondo per essere migliorati. Sono invece vocati a diventare se stessi.  Se rifiutassero il predominio del guadagno – di una crescita simile al progredire di un tumore maligno – compirebbero il primo passo del diventare se stessi, nella consapevolezza che: la rivoluzione siamo noi.
Questa affermazione di Joseph Beuys, pronunciata da Seybu al culmine del confronto con Carlo, sottolinea l’inconciliabilità delle loro posizioni entro una scena teatrale educativa in senso rosselliniano. E che (rafforzata dai dialoghi in inglese) stride di proposito in un film fatto di corpi, immagini evocative, sensazioni, luce a tratti smemorante.
Seybu, mentre sembra impersonare Beuys, in realtà assomiglia a un autoritratto del pittore Karl Wilhelm Diefenbach, che ai primi del Novecento riparò a Capri e vi rimase fino alla morte, fuggendo dalla Germania ove l’avevano processato per nudismo. Fu infatti l’antesignano di quella riforma della vita che nacque sul finire dell’Ottocento in ambienti tedesco-svizzeri e trovò espressione non lontano da Ascona su una collina rinominata, non a caso, Monte Verità. Il rifiuto delle convenzioni borghesi, delle innovazioni tecnologiche, di capitalismo e comunismo ne erano i principi basilari; ma non per un ritorno al paradiso perduto, bensì in vista di una superiore sintesi di natura e spirito, seguendo la massima secondo cui: se la vergogna ci ha vestiti, l’onore ci denuderà di nuovo e ci spingerà (secondo Hermann Hesse) a fare e a essere, anche nella vita quotidiana, quello che facciamo e siamo nei pensieri, nei sogni, nel tempo libero.
Di tutto ciò Seybu è figura emblematica, che vorrebbe ricomporre ogni scissione. In lui si annunciano pure tutti i movimenti del Novecento, fino a quello degli hippies e oltre. Tuttavia il regista dichiara: «Capri-Revolution prende spunto dalla comune del pittore Diefenbach, da quella di Monte Verità, dove si sviluppò la danza moderna, e da Beuys. Ma detto questo, bisogna dimenticarlo. Perché al centro del racconto c’è una donna. E ogni cosa è solo sognata».

La rivoluzione è Lucia. Una guardiana di capre che si prende cura del padre malato e moribondo. Si incuriosisce alla CAPRI2vista di giovani corpi nudi danzanti fra alberi e rocce. Non li giudica depravati. A differenza dei fratelli che vogliono tenerla alla larga da una simile spudoratezza e procurarle un marito benestante. Ma lei, tutt’uno con gli animali, il sole, il mare, sente irrefrenabile la voglia di nudità. E compie il primo passo del rivelarsi a se stessa. Non estirpa le proprie radici. Anzi le assapora per la prima volta, scoprendo quanto sia carnale-spirituale la femminilità: questa sua natura legata alla terra che da dentro prorompente le urge. Si stacca invece dalle ferree regole patriarcali, create dai maschi per reprimere la libertà femminile che li terrorizza. Perciò è pronta persino ad arrecare dispiacere ai suoi famigliari. Ma poi scoprirà che la madre – attraverso di lei – è diventata consapevole della emancipazione che non ha avuto la forza di perseguire.
Lucia inizia il cammino della difficile formazione a partire dallo stretto rapporto con le capre, con quell’istintivo sentire primordiale non ancora del tutto perduto. Che le fa percepire da subito la potenza della danza a cui assiste e che dentro le risuona. Quella libera danza di nudi corpi nella boscaglia, in un intreccio di arte, vita e natura, restituisce al corpoanima la sua espressività, dato che ognuno in sé reca un danzatore – direbbe Rudolf de Laban. Il quale, appunto di questo dava testimonianza, a Monte Verità, con la Festa del Sole: un rituale inno protratto dal tramonto all’alba e scandito in Il sole calante, I demoni della notte, Il sole vittorioso.  
Lo stesso danzare gioiosamente libero, con cui Lucia sente vibrare    all’unisono le corde segrete della sua prorompente femminilità, lo praticò Isadora Duncan (che pure aveva soggiornato per un certo periodo a Monte Verità) mentre riscopriva le radici della danzante nudità nel mondo antico, nell’orgiastica ancestralità di movimenti mutuati da quelli della natura. Così tanto ne è toccata la giovanissima capraia che assorbe, nell’animacorpo, il senso profondo di quella riforma della vita immaginata dalla comunità di utopisti guidati da Seybu. Del quale lei si innamora. E, amandolo, esperisce a fondo il rapporto maschile-femminile. Che in sé contiene i diversi modi di vivere, l’organizzazione sociale, il rapporto con la natura e l’essere consapevoli (o no) che il progresso non porta solo felicità (come Leopardi già sapeva) e che bisogna distinguere (secondo Pasolini) il progresso dallo sviluppo.
In lei vi sono, insomma, tutte le rivoluzioni del secondo Ottocento e del Novecento, che si apre proprio in quel 1914 (in cui il film è ambientato) vigilia della Prima guerra mondiale e quindi del tragico secolo breve.
Ogni cosa è vista attraverso gli occhi di questa capraia dal sintomatico nome di Lucia che, sentendosi amata, levitando fluttua nel cielo e tutto dall’alto vede – come la protagonista ne Lo strano caso di Angelica di Manoel de Oliveira. Ѐ la donna che, col suo acume istintivo, smaschera e smantella ogni rigida struttura in cui gli uomini si sono imprigionati nel corso del tempo, producendo solo catastrofi. Appare perciò simile all’angelo della storia, nell’atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. In quella che sembrerebbe una catena di eventi, i suoi occhi spalancati vedono una catastrofe: rovine su rovine fino al cielo. E, mentre vorrebbe trattenersi per ricomporre l’infranto, un vento tempestoso lo spinge irresistibilmente verso il futuro a cui volge le spalle. Ciò che chiamiamo progresso è questa tempesta che ci spinge in avanti, benché rivolti all’indietro a occhi sbarrati.
Così lo immaginava Walter Benjamin ispirato dal quadro Angelus Novus di Paul Klee. Solo che qui l’angelo della storia è donna. Femmina che, nel corpo e con l’insieme dei sensi – non con la vista soltanto –, assorbe e ricompone ogni contrasto: fra natura e cultura, cultura e civilizzazione, scienza e spiritualità. Si sottopone (per esempio) al trattamento terapeutico del giovane medico, ma ne fugge appena può, per essere curata nell’animacorpo da Seybu. L’artista teosofo dal cui abbraccio profondo, sentendosi toccata nella grotta del loro connubio, ella trae l’energia che la fa levitare fluttuante sulle rocce, sull’isola come fosse il mondo intero.
CAPRI1Tutto assorbe e conosce oltrepassando – come Daria in Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni. Per lei, infatti, conoscere qualcuno o qualcosa vuol dire superarlo, oltrepassare financo l’utopia della comune e Seybu stesso. Il quale, invece, ne è impedito, poiché chiuso nella sua maschile prigione intellettuale. Tant’è che, durante la notturna danza sfrenata del sabba, egli vede un’adepta uccidere un cervo dai teneri occhi pensosi e berne ritualmente il sangue perché istigata da un altro invasato, che poi vorrebbe sacrificarla su una croce. Così scopre l’abisso che separa l’idea di sacro dalla violenza che al sacro si accompagna, se preso alla lettera e non come simbolica immaginazione. Si sente dunque incompreso, come capita a ogni maestro. Pure la danza, che immaginava come teatro-non teatrale, è diventata teatro costruito secondo un codice per farne uno spettacolo. Tutto è finito. Anche i vasi di coccio, sostenuti da bastoni tra i pini, sono rovinati in frantumi al suolo. A terremoto avvenuto, a lui (come all’islandese leopardiano) altro non resta che urlare la sua disperazione, contro la natura indifferente.
Lucia, avendolo conosciuto, si allontana superandolo e portandolo dentro di sé, insieme ai fratelli, a Carlo in partenza per la guerra – a cui dà il bacio dell’addio. Tutto lei supera e porta con sé, a bordo della nave della storia, in viaggio verso il nuovo mondo o l’ignoto o nell’incessante divenire di cui la donna è enigmatica figura.

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