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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

LAZZARO FELICE

LAZZARO1La  ricerca della corrispondenza tra arte e vita. Il rapporto con la campagna e la lezione di Ermanno Olmi. Il cinema come strumento narrativo delle trasformazioni e della memoria. Il miracolo dimenticato della bontà e la religione del denaro e dell’affarismo.

      di NICOLA RANIERI

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Tante possono essere le fonti a cui il film rimanda. Si è parlato di Miracolo a Milano, Uccellacci e uccellini o Teorema; I magi randagi, L’albero degli zoccoli; ma pure di Germania anno zero o Francesco, giullare di Dio. Zavattini-De sica, Pasolini, Sergio Citti, Olmi, Rossellini sono riferimenti presenti in questo terzo film di Alice Rohrwacher. E tuttavia non lo sono quale voluta intenzionalità. La regista, più che citare esplicitamente questi autori, li ha a tal punto assimilati da sentirsi in sintonia con loro, ma per dire altro: quello che scaturisce dal filo di pensieri tesi a costruire una storia e un discorso originali. Originali, in quanto frutto del progressivo dipanarsi della poetica, del modo suo di vedere e di sentire le devastazioni in atto, lo scempio di luoghi, territori e esseri viventi.
L’arte nasce dall’arte (come del resto la scienza dalla scienza o la filosofia dalla filosofia). Nessuno inventa dal nulla. Perciò tante sono le fonti a cui un’opera rimanda. Ma l’artista, di opera in opera, approfondisce e affina la sua sensibilità espressiva e poetica, benché inevitabilmente nel contesto delle altrui sensibilità. Così, interagendo con altri e assimilandone le opere, diviene viepiù consapevole del proprio sguardo sul mondo, della sua originalità.
Ciò è talmente vero per Alice Rohrwacher che lei, non solo sviluppa da un film all’altro un discorso coerente, ma ricerca una profonda corrispondenza fra arte e vita, fra quel che il suo cinema intende esprimere e il senso della propria esistenza. Sceglie, infatti, di starsene lontano dal caos urbano; di abitare in campagna a contatto con la terra che nemmeno gli odierni contadini sentono più. Perché, pur lavorandola, non hanno con essa alcun legame: sono ormai industriali addetti allo sfruttamento del suolo e delle risorse. Ognora intenti a “offendere la natura” (direbbe Ermanno Olmi), a modificarne la “onestà”, a uccidere la “nostra madre terra” in nome soltanto degli interessi economici. A una tale visione la regista liberamente si ispira, assimilando da Olmi anche l’attenzione alla poesia dei gesti degli uomini “semplici” per cogliere – con tono fiabesco – quella umiltà laboriosa della civiltà contadina, di quando essa era ancora legata alla terra dei padri. Ma di cui oggi è quasi scomparsa perfino la memoria.
LAZZARO2E proprio su questa la regista lavora fin dall’esordio: sui racconti ascoltati, assimilati. Li rimette insieme in maniera da ricordare – a sé e al mondo – i gesti, il contegno, il dignitoso e tragico modo di subire dei contadini di un tempo. Così, attraverso l’arte, rammemora quel che non c’è più. E intanto poeticamente ripercorre la propria vita tramite i racconti di formazione di personaggi che sono suoi alter ego. Lo è Marta, l’adolescente protagonista di Corpo celeste (2011). La quale, tornata a vivere dove è nata (a Reggio Calabria), si sente talmente spaesata in un territorio sfigurato dai modelli consumistici, dalla selvaggia speculazione, dai comportamenti irreligiosi degli uomini di Chiesa, che ne rifugge. Si ritira dalla pazza folla. Isolandosi, prende coscienza della congiunzione tra corpi celesti: fra il suo, che accarezza il legno di un crocifisso, e quello di Cristo. Celesti poiché puri, estranei alla sporcizia di un simile mondo. Allo stesso modo, è un suo alter ego il personaggio di Gelsomina in Le meraviglie (2014). Film ancor più autobiografico. Perché Alice Rohrwacher da adulta ha sì deciso di abitare in campagna ma quando era bambina, suo padre, musicista tedesco, prese la stessa decisione scegliendo di fare l’apicoltore in terra umbra. Sicché, nella finzione cinematografica, Gelsomina e i suoi famigliari sono gli alter ego della regista. Che però supera l’autobiografismo. Infatti, per un verso, rammemora gesti e comportamenti dei quali sempre più va perdendosi la memoria. E, per altro verso, analizza l’odierna tendenza a voler riscoprire la ruralità perduta, i prodotti tipici, il mangiare e il dormire nei casolari immersi nella calma agreste. O addirittura il voler andare a vivere in campagna, per scelta e non per necessità.
Si tratta in ogni caso di atteggiamenti neoromantici. Se quello di inizio Ottocento reagiva alla rivoluzione industriale idealizzando la tempestosa natura selvaggia, il romanticismo contemporaneo nasce dal desiderio (in chi può permetterselo) di un vivere più autentico rispetto alla artificialità nevrotica del caos metropolitano. Ma è un desiderio che molto spesso rivitalizza solo il mercato: una domanda a cui l’offerta risponde (o magari proprio questa alimenta quella) con la proposta martellante di case in campagna, di agriturismi, di ecologico turismo sostenibile, di vita sana. Con un vero e proprio bombardamento mediante programmi televisivi, come quello condotto nel film da Monica Bellucci, irresistibile illusionista di meraviglie, che talmente affascina Gelsomina da renderla capace di coinvolgere la sua famiglia nell’ingranaggio perverso della spettacolarizzazione pubblicitaria del tipico e del genuino.
Così la regista, problematizzandola, critica e demistifica la scelta fatta prima da suo padre e poi da lei stessa. Che, se da bambina la subì insieme a sua sorella, ora scientemente la rivendica; le piace e al contempo ne vede i pregi, i difetti, l’illusorietà: quanto essa sia anche un fenomeno di moda e pompato ad arte. Perché ormai tutto è merce, persino l’autenticità. La si vende al supermercato, allo spaccio delle illusioni. Eppure, nonostante lo sappia, lei continua a cercarla e pensa che il cinema possa far vedere e sentire le devastazioni già avvenute e quelle in atto. Che possa farsi strumento narrativo delle trasformazioni e, insieme, della memoria di un tempo quasi svanito per sempre. O che addirittura possa tentare di essere il tramite di una rinnovata comunità autentica. Non a caso ricostruisce da zero un paese; lo ripopola di animali e persone; crea una piantagione di tabacco; scova in una scuola di provincia un ragazzo a cui affida di fare l’attore, il protagonista.
LAZZARO3Nasce così Lazzaro felice (2018): «una favola moderna che parla di un miracolo dimenticato, quello della bontà» (come la regista stessa dichiara): un passo ulteriore nell’approfondimento della ricerca sui cambiamenti epocali che hanno trasformato in qualcos’altro l’umano che era negli esseri umani.
Lazzaro è l’estremizzazione della bontà, della purezza e della semplicità fino all’idiozia. Una bontà così esagerata da non essere credibile in alcun modo. Ma tanto necessaria – come sono necessarie tutte le estremizzazioni – per poter vedere quanto siano falsi, inumani e sfruttatori tutti gli altri. Gli idioti di Dio a questo servono: «a portare verità» (dice Vittorio Lingiardi). Sono inopportuni, ma incarnano un amore in cui la compassione prevale sul desiderio. Non salvano certo il mondo. Tuttavia lo rendono consapevole della sua miseria.
Lazzaro: felice perché inconsapevole e Lazzaro per via della sua miracolosa rinascita. Tanto innocente e tanto buono è questo imbarazzante contadino che sconcerta. Perciò suscita meraviglia. E dalla meraviglia origina il pensiero, ma anche la compassione e la consapevolezza di come siamo diventati. Quella di Lazzaro – secondo la laicissima regista – è una piccola santità senza miracoli: la santità o il sacro dello stare al mondo non pensando male di nessuno e credendo negli altri. Ѐ semplicemente la possibilità della bontà. Che da sempre viene ignorata, ma che si ripresenta interrogando gli umani come qualcosa che poteva essere e che loro non hanno voluto.
La prima parte del film (ispirato da un fatto di cronaca del 1982, al tempo dell’abolizione definitiva della mezzadria) è la storia, o meglio, la fiaba dell’Inviolata, la tenuta della marchesa Alfonsina de Luna in un imprecisato luogo del centro Italia. Questa perfida padrona ancora negli Anni Ottanta, entro le sue proprietà i cui confini invalicabili son segnati dai monti e da un fiume, infligge con spietatezza condizioni feudali ad alcune decine di famiglie contadine. Le sfrutta senza scrupoli, con l’aiuto di un losco fattore. E il più sfruttato (persino dagli sfruttati medesimi) è Lazzaro. Un campagnolo troppo buono per stare al mondo. Di lui, che neppure sa chi sia suo padre, si approfitta anche il viziato figlio debosciato della marchesa, Tancredi, al quale egli si lega con ingenua amicizia sincera fino alla morte. Quando poi rinasce (come in una favola) si ritrova di nuovo, sia pure in un mondo del tutto cambiato, fra quelli dell’Inviolata. I quali – avendo finalmente attraversato il fiume perché “salvati”, portati via dai carabinieri in applicazione della legge – ora vivono in condizioni perfino peggiori nello squallore metropolitano. Son passati da un medioevo a un altro, perdendo pure la memoria. Non sanno più riconoscere nemmeno l’erba che cresce spontanea; per nutrirsi cercano cibi tra i rifiuti. Lazzaro, invece, è rinato identico. Pure Tancredi, benché decaduto e imbolsito, si conferma uguale a se stesso. Ancora raggira il giovane contadinello idiota che continua a crederlo suo amico e solo per amicizia lo ha cercato. Se nella vita precedente gli offriva il pane, ora, insieme agli altri, si reca da lui (che non si fa trovare) nella casa di città a portargli le paste per la sua festa. Vorrebbe pure aiutarlo a risollevarsi dai guai finanziari. Così, lontani da quella casa e dalla scostante moglie dell’attempato rampollo della marchesa, lui e gli altri reietti, durante il loro peregrinare, odono una musica provenire da una vicina chiesa. Il cui interno è però vuoto e senza musica. Dentro la banca invece (ove entrano per buffamente perorare la causa del “povero” marchesino) la stessa musica riprende. Segno che è questo il luogo della nuova religione: del denaro e dell’affarismo. Di un mondo in cui Lazzaro può solo morire. E non risorgere più. Perché la santità – o il sacro – è la prima vittima di un mondo siffatto.

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