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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

JE VOUS SALUE, MARIE

NICOLARANIERI1La svolta di Godard in questo film: il ritorno al mistero dell'origine della vita. Attraverso ed olte il linguaggio, la ricerca dell'unità inscindibile di anima e corpo.

 di NICOLA RANIERI

 

GODARD2Maria e Gesù sono fra loro intrinseci. Legati indissolubilmente, carnalmente si co-appartengono poiché lui dal ventre di lei proviene. Da quel corpo femminile in cui il mondo intero, palpitando, risuona.
«La terra e il sesso sono dentro di noi: fuori non ci sono che le stelle» – vien detto nel film a mo’ di epigrafe.
In un tempo – nel tecnologico spaziotempo della megalopoli planetaria – entro cui l’astratto corpo ridotto a pezzi di ricambio sempre più somiglia a una catena di montaggio, sia che esso lavori sia che faccia l’amore, Jean-Luc Godard imprime una svolta al suo cinema. Anziché proseguire la precedente ricerca del volto delle periferie metropolitane in costruzione, decide di tornare al corpo di donna, al mistero dell’origine della vita. Filma perciò, non più come prima o non più tanto storie di coppie o di giovani donne, ma la donna per antonomasia, l’amore femminile stesso. Nasce così Je vous salue, Marie, da un’idea che aleggiava in Prénom Carmen (1983), racchiusa epigraficamente in: «Ѐ dentro di me, o dentro di te, che questo produce onde terribili».
Nasce, insomma, dal bisogno di sentire il corpo, di essere e di esistere in esso e attraverso di esso, tornando quindi all’origine. All’origine, anche del racconto: del come la parola si fa immagine che prende corpo, o anima che ha un corpo. Tornando fin dentro gli abissi dell’anima-corpo, per cercare con un senziente sapere la verità dell’enigma del mondo, attraverso i caratteri del linguaggio. Ma oltrepassandolo, in cerca della cosa indicibile a cui il linguaggio infinitamente rimanda. Verso quella unità inscindibile di anima e corpo, di macro e micro cosmo. Non a caso Groddeck – ne Il linguaggio dell’Es – acutamente parlava di «anima del ventre». Ventre di donna, in cui tutti abbiamo sperimentato il massimo del piacere e del dolore, la vita e il pericolo di morte nascendo. Ventre di donna: quell’intero a cui tutti agogniamo tornare.
Maria, la prima fra le donne, appare in Je vous salue, Marie nelle sembianze di una contemporanea vergine scandalosa. Non perché tale sia di per sé. Ella infatti dialoga con l’anima-corpo, col suo essere natura naturante che, generando, tutto com-prende. Ma perché, per rifiuto o incapacità dell’uomo di comprenderla, sembra come mutata in provocazione blasfema. La blasfemia non sta in lei, bensì in coloro che non ne accolgono il profondo sentire. A cominciare dal ginecologo il cui sguardo clinico deriva dall’atteggiamento scientistico, che studia la natura e non la sente, né fuori né dentro di sé; che analizza il corpo senza avvertirne l’interiore pulsare, quale anima che ha un corpo. Anima non solo individuale ma cosmica: anima mundi fattasi respiro, parola, immagine che prende corpo palpitante con il ritmo dell’universo.

GODARD I personaggi maschili, nella loro banalità esistenziale, rivelano una quasi congenita incapacità di vedere e di sentire. Il professore (a esempio) continuamente si pone problemi scientifici, filosofici, religiosi, escludendo la casualità negli eventi naturali o umani che siano, perché sempre pensa secondo una logicissima mente ordinatrice. Sceglie quindi l’astratta norma. E dunque il ritorno alla normalità: alla moglie e ai figli abbandonando Eva, la disperata amante nevrotica. Nevrotica, nonostante viva liberi rapporti sessuali e sociali.
In Le livre de Marie – introduttivo episodio diretto dalla Miéville, allora collaboratrice e compagna di Godard – Jean manifesta la medesima cecità degli altri personaggi maschili. Sempre risponde confermando le regole di fronte alla sclerosi del proprio matrimonio o ai turbamenti adolescenziali della figlia Maria. La quale, assistendo alla consunzione del rapporto tra i suoi genitori, vive la fine dell’infanzia con un crescente radicalismo. Infatti rompe un uovo “à la coque”(inquadrato viepiù da vicino fino a occupare totalmente lo schermo) e intanto invoca la ribellione dei figli d’Europa, affinché un’intera civiltà, con tutta la gamma di consunti rapporti falsi, superi se stessa.
La figura di Maria (in Je vous salue, Marie), mentre si intreccia, si scinde, si ricongiunge a quella di Eva – quale suo rovescio per osmotico contrasto –, vive nel profondo la sessualità, la maternità, l’esser donna, il rapporto con l’uomo. I loro stessi nomi alludono al binomio purezza-peccato. Tant’è che l’una (secondo un antico inno sacro) diviene vergine mutando il nome dell’altra: di Eva in Maria che rinasce come prima donna. Il contrastante parallelo fra le due figure indica – dalla patristica fino alla più recente mariologia – il rapporto fra Vergine e Chiesa, ossia il rinnovamento sociale attraverso la purezza, il diretto e incontaminato colloquio mistico con Dio.
Di fronte al “mistero” della vita, al di là e prima dell’analisi scientifica, si pone l’interiorità, lo spirito che plasma la materia. Maria, infatti, chiede al ginecologo: «Ѐ vero che l’anima ha un corpo?». E che ne è la luce? Altrimenti esso – secondo lei – sarebbe solo carne da sarcofago. Questo ella sente dal profondo della sua percipiente coscienza, del tutto simile a quella primigenia, quando la coscienza non pensava ancora, ma percepiva (come ci direbbe Jung).
Eva invece rigira tra le mani il cubo magico, nel mentre la voce fuori campo del professore (il suo amante) parla delle origini, illustrando diverse teorie logico-sistematiche. Il cubo di Rubik dovrebbe darle risposte, poiché le risulta difficile percepire come l’anima illumini il corpo e la luce si faccia carne.
GODARD3Al suo primo piano seguono il totale di un aereo che decolla, un primissimo piano di Maria allo specchio, quindi l’aereo in volo verso il sole fin quasi ad attraversarlo. Se Eva e soprattutto il professore, del sole, scorgono unicamente i riflessi sbiaditi nell’acqua cupa del formalismo scientifico-tecnico o del linguaggio comune, Maria – nell’animacorpo profondamente immersa e con gli occhi al cielo rivolti – dialoga col sole-dio. Con il principio maschile che, rapinoso, l’attrae. E con la luna, principio femminile, alla cui fonte primigenia attinge quell’inestinguibile sapere senziente che, da dentro, avverte l’intima congiunzione di terra e sesso, natura e bellezza: prati verdi, fiori e vento che vivifica. «“Il vento soccorrevole” soffia dal dio-sole nell’anima e la feconda» – direbbe Jung. Dà luce e respiro al corpo, alla terra, alla sessualità, alla potenza creatrice di Eros.
Cosicché la vita continuamente si rinnova e ripropone all’infinito il suo mistero. A cui bisogna sempre riattingere, tornando alle scaturigini remote: a quel sacro, tanto vero e potentissimo da smuovere dal profondo il nostro esistere, quanto sfuggente, inafferrabile e indicibile sia con linguaggio scientifico-tecnico sia nella normale regolarità ripetitiva della vita quotidiana.
Maria ne è talmente compenetrata, a tal punto in sé reca la senziente coscienza del proprio mistero, che tenta invano di farne partecipe Giuseppe. Il quale, non comprendendo il profondo amore di lei, sa solo riproporle atteggiamenti e ruoli tradizionali per sistemarla in una qualche forma di normalità, in maniera da tranquillizzare se stesso. Essendo incapace di uscire dall’ordinario toccare, né sa sfiorarla senza afferrarla ruvidamente, né sentire  il soffio cosmico che il gravido ventre di lei emana. Perciò, anche quando rientra nella normalità del rapporto con lui, ella sembra una sfida vivente, uno scandalo rispetto all’ordine quotidiano. Lo stesso arcangelo Gabriele quasi con ira rabbiosa le urla: «Je vous salue, Marie!».
Di rimando, mentalmente gli risponde parlando a se stessa: «Io sono la vergine, ma la mia non è stata una scelta. Ho fortificato la mia anima per esserlo».
Si siede in macchina. Esitando per due volte, accosta il rossetto alle labbra. Le sfiora accarezzandole, poi le allarga tingendole. E rimane – immagine finale – orlata di rosso, questa bocca dalla nera profondità. Il sesso femminile, da cui tutto proviene e ritorna (come ne  L’origine du monde di Courbet), provocatoriamente si spalanca ai nostri occhi quale mistero atemporale della vita e della morte. Talmente atemporale che una didascalia martellante si ripropone lungo tutto il film: «En ce temps là». “Quello” significa questo tempo nostro senza sacro. Un tempo in cui tutto sembra una parodia che degrada la solennità delle cose antiche, abbassandole nei termini della vita mercificata moderna.
Eppure un simile abbassamento, mentre sottolinea l’odierna “caduta” della sacralità, rimanda a una religiosità più autentica: né confessionale né dogmatica. Perché si nutre di eversiva forza interiore, di luminosa potenza rispetto alla fatua esteriorità di questo tempo disumano. In cui i vagiti del bimbo – dato alla luce dalla Vergine Maria – si odono in mezzo al rumore del traffico in una buia notte invernale. E il bambino, crescendo, scopre attraverso le fantasie del gioco il corpo della madre – così come la bambina (del primo episodio) lecca la mamma nella vasca da bagno. Questo moderno Gesù, una volta distaccatosi dall’anima-corpo della madre, si dà a organizzare bande di coetanei, con le medesime parole di Cristo che chiamava gli apostoli.
La vita, insomma, di continuo si rinnova riproponendo il suo mistero. La cui fonte sta dentro Maria, se ella fortifica la sua anima per essere vergine: integra, disponibile, libera nella possibilità di far luogo in se stessa, di accogliere e di procreare. Di essere Theotókos, colei che genera Dio, pura sorgente della nascita del mondo, la cui androgina condizione originaria precede la differenza sessuale. E alla cui luce appare l’ottusa vacuità del guardare senza né vedere né sentire; dei corpi senz’anima che più non risuonano della congiunzione di sesso, terra e cielo.

 

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