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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

IL VANGELO SECONDO MATTEO

VANGELO MATTEO COPERTINAIl film di Pasolini nasce dall’idea di un Cristo rivoluzionario, poco mistico e non teologico. In cui l’autore proietta se stesso.

di NICOLA RANIERI

 

«Ma voi, chi dite che io sia?».
Ѐ la celeberrima domanda rivolta da Gesù agli apostoli. Ma ogni vero Maestro potrebbe porla agli altri e a se medesimo. NICOLARANIERI1Perché innanzitutto in se stesso alberga il grande enigma del mondo e di sé fra gli altri viventi. Chiudere dunque il suo insegnamento in una Chiesa, in un sistema teologico-filosofico-politico, equivale a una condanna a morte, a una perpetua prigione. I suoi discepoli, al massimo, possono apprendere da Lui null’altro che il cercare (a loro volta) il “vero poetico” della propria interiorità e dello stare al mondo con estrema sincerità estetica, etica, politica. La ricerca, poi, del Gesù storico spesso diventa lo specchio in cui il ricercatore vede la figura della propria fede o del proprio scetticismo. Perché Gesù, pur essendo quasi certamente esistito, è stato “inventato” dagli autori del Nuovo Testamento. E per giunta, dei quattro vangeli canonici resta ancora difficile stabilire chi li abbia scritti (e dove e quando). Da essi emerge un personaggio oltremodo enigmatico. Per cui, chi cerca il Nazareno storico scopre quasi sempre se stesso nella figura di Cristo. A tal punto questa risulta sfuggente da essere tutto per tutti. Quindi diversa per ciascuno – credente o ateo che sia.

L’ateo Pier Paolo Pasolini – leggendo il Vangelo di Matteo – ha una improvvisa illuminazione, così “irrazionale” da sconfinare nel “religioso”. Ma non nella fede in una religione confessionale. Egli non crede in Dio e si dichiara freudiano e marxista. Aggiungendo, però, che quanto detto da Marx sulla religione sia frutto di colossale ignoranza.
Non il comunismo è il contrario della religione – secondo Pasolini. Bensì il capitalismo: spietato, crudele, cinico, materialistico: dedito allo sfruttamento, al culto del potere. All’«universo orrendo» che, con l’industrializzazione e ciò che ne deriva, ha dissacrato l’arcaico mondo contadino. Quello umanissimo e dialettale vissuto nella primissima giovinezza in terra friulana, insieme al legame indissolubile con la madre. Cercato poi nelle periferie di ogni dove, per attingere alle scaturigini di quella naturale spontaneità non ancora rovinata dalla menzogna, dalla affaristica ipocrisia borghese. Che Marx chiamerebbe invece idiozia contadina; così come definirebbe Pasolini umanitarista cristiano non comunista, in quanto né dialettico né scientifico. Del resto, nemmeno cattolico lo si può considerare, poiché esclude che Gesù sia il Redentore o Dio incarnato. Piuttosto egli pasolinizza in originalissima cifra poetica sia il marxismo in chiave gramsciana sia il cristianesimo. Senza il quale la storia d’Occidente sarebbe del tutto diversa. E mediante il quale, in lui o in noi (pur se atei) agiscono in modo magari inconscio i vangeli e la successiva storia religiosa, intrisa della bimillenaria iconografia artistico-letteraria. Se tale intreccio inestricabile non l’avesse mitizzata, la vicenda biografica di Cristo sarebbe di per sé quasi insignificante.
Mentre legge il Vangelo di Matteo, il poeta-regista è posseduto da un vero e proprio aumento di vitalità, da una fortissima emozione estetica. Gli capita, insomma, ciò che Proust dice ne Il tempo ritrovato: «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una  specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza il libro, non avrebbe forse visto in se stesso».
Si fa strada in lui una sorta di identificazione con il Nazareno. Che gli appare mite nel cuore ma non nella ragione, poiché mai rinuncia alla propria terribile libertà. Talché oggi farebbe violenta resistenza contro tutto quello che caratterizza l’uomo moderno: la grigia orgia di cinismo, l’ironica brutalità, la pratica compromissoria, il conformismo e l’odio per ogni diversità, il rancore teologico senza religione. Identificandosi in un simile modello esemplare, si erge a sua volta di contro al brulicare della odierna genìa di uomini non molto diversi da quelli che Cristo chiamava “razza di vipere”.
Un Cristo rivoluzionario, poco mistico e non teologico. Da questa idea nasce il film. Il cui autore, pur fedele al testo evangelico, parla anche di sé quale figura Christi, come se de te fabula narratur. Franco Fortini acutamente vi ha visto un «Gesù-Pier Paolo». Un intellettuale – tra i poveri disposti alla rivolta – che si scaglia contro il razionalismo economicistico del produrre-consumare-produrre. Un Gesù severo, implacabile e a tratti collerico, venuto a portare la spada nella atroce indifferenza della città moderna. La sua figura spesso si staglia sulla linea d’orizzonte. La sua parola si fa più viva e profetica nell’approssimarsi della morte sulla croce. Quando maggiormente risalta il suo essere umano-divino, sospeso tra cielo e terra.
Anziché tentare di ricostruire la vita di Gesù, il regista filma l’idea che ne ha e in cui proietta se stesso. Così come già diversi anni prima, nella poesia Crocifissione (1948-49), andava immaginando: «Perché Cristo fu ESPOSTO in croce?» / «Bisogna esporsi… sporgersi ingenui sull’abisso» / «Questo vuol dire il Crocifisso?» / «Questo insegna il povero Cristo inchiodato?» / «Noi staremo offerti sulla croce, alla gogna… per testimoniare lo scandalo».
Esporsi, offrirsi al morire per essere finalmente compreso anche da coloro che lo odiano e magari non ne sanno il perché.
Primi, primissimi piani e campi lunghi indissolubilmente legano questo personaggio straordinario al paesaggio: il suo umano agire ambientato nel mondo reale, ma non naturalistico. Il volto di Gesù resta di continuo come sospeso fra silenzio e parola, fra canto popolare e musica solenne. Mentre volti popolani di uomini e donne, spesso silenti e trepidanti, lo seguono.
Rispetto alle parole subdolamente misurate dei sospettosi sacerdoti o degli occhiuti membri del sinedrio interroganti, la parola del figlio dell’uomo risulta scandalosa. Il Verbo – o l’intellettuale, dal sembiante di moderno Tiresia avverso al contemporaneo mondo irreligioso – così tanto suona esagerato, quasi urlante sopra le mura, che quei potenti dai cappelli turriti decidono di metterlo a tacere per sempre. Senza riuscirvi, tuttavia. Perché il suo messaggio, popolare e raffinatissimo, è umano e divino al contempo. La sua parola virile, traboccante di celeste spiritualità divina e umana carnalità terrestre, sgorga dalla congiunzione profonda con la Grande Madre: l’irresistibile epifania della femminilità o della Natura.

VANGELO SECONDO MATTEODiversamente dalla sacra scrittura cui si ispira (ove della madre si fa cenno solo nella genealogia iniziale), Il vangelo secondo Matteo si apre con l’umile viso pensoso, col corpo pieno di grazia struggente di Maria giovinetta, che accoglie nella rotondità del grembo verginale il Verbo divino: il figlio che dentro le si muove all’unisono con i battiti del suo cuore. E che poi crescendo apparirà diverso e lontano da lei. Che lo seguirà comunque, fino alla crocifissione e al sepolcro. Ormai anziana di nero vestita, il suo volto è una maschera di dolore dalla dischiusa bocca contorta o dal sorriso appena accennato all’annuncio della resurrezione. Sempre ella vibra palpitante col figlio, nel più straziante dolore come nella letizia: da sempre e per sempre in un tutt’uno sacralmente disgiunti-congiunti quale carne della propria carne.
Se il padre pensa di conoscere il figlio – ma spesso fatica a riconoscerlo –, è la madre ad averne comprensione vera, poiché lo genera (dice Massimo Cacciari in Generare Dio). Perché lo concepisce accogliendolo nel ventre. Lo custodisce fino a darlo alla luce, come Altro da sé. Ma non così disgiunto da non poterlo comprendere. Anche quando risulta oltremodo difficile capirlo, lo sente a sé legato. Sempre riaccoglie e custodisce questo frutto del proprio seno, pure quando le tocca l’innaturale strazio di sopravvivere al figlio.
Pasolini talmente immagina di essere figura Christi, e quasi presagisce la propria morte violenta, che sceglie Susanna Colussi, sua madre, per impersonare l’anziana Maria: la Addolorata davanti al Cristo. O a questo figlio suo, del quale accoglie la violenta mitezza, la diversità e l’eroico furore, l’infinito amore nel seguire il proprio destino di scomodo intellettuale maledetto. Lo accoglie, così come ha ancora nel cuore e nel ventre l’altro suo figlio, perduto durante la Resistenza: ucciso dai suoi stessi compagni, partigiani d’altro colore.
Nella calca che quasi le toglie il respiro, segue la via crucis di Gesù patendo quel che egli patisce fino al Calvario. Affranta, vede che lo inchiodano. Quasi a terra si accascia al cospetto di lui issato sulla croce. Lo guarda, verso l’alto protesa come volesse abbracciarlo e riaccoglierlo in grembo, mentre un raggio di sole lo illumina e gli appanna la vista. Talché, nel buio, la sua parola ancor più risuona profetica: «Voi udrete con le orecchie ma non intenderete. E vedrete con gli occhi ma non comprenderete, poiché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile. Hanno indurito le orecchie e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi e non sentire con le orecchie».
«Padre mio, perché mi hai abbandonato!?» – esclama poi, in piena luce, al culmine del soffrire. Indi, lanciando un forte grido, muore. E nella potenza solenne della musica mozartiana crollano le mura di Gerusalemme. La profezia della palingenetica distruzione si compie.
La madre, sfinita, assiste alla deposizione dalla croce. Con la morte nel cuore, segue il corpo del figlio avvolto nel lenzuolo bianco e portato a braccio alla sepoltura. Ove a lungo resta come abbracciata alla pietra tombale.
Quando poi si recherà con altre donne, a portare fiori, troverà la tomba vuota e il lieto annuncio della resurrezione, della speranza di riscatto per gli umili. E per il figlio: di essere finalmente compreso, anche da coloro i quali non capivano il suo estremo radicalismo.
Bisogna morire per venir – forse! – capiti, allorquando la morte compie il montaggio della nostra esistenza. La madre invece com-prende; vibra all’unisono col figlio. Che certamente è Altro da lei, ma giammai  smette d’esser frutto del suo seno.     (Video)

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