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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

FELICITÀ

EPICUROLe recenti festività rivelano un bisogno di felicità sul quale anche la filosofia riflette da lungo tempo.

     di MARIO SETTA

 

La pioggia tempestosa di auguri versatasi sui social nel giorno di Natale è commovente. Un bisogno inconscio di sentirsi felici e di comunicare agli altri la felicità. Felicità che si evidenzia nel Bambino. Il Bambino-Cristo, ma in realtà ogni bambino.
In altri tempi, anche recenti, per acquistare felicità si è ricorso perfino alle società off-shore o ai  paradisi fiscali”. C’è stata una società off-shore con un nome singolare: Epicurum. Un nome, tirato forse in ballo da qualche responsabile del fondo. 
Non sappiamo quanto consapevolmente abbia inciso il nome Epicurum sull’attività poco chiara e certamente illecita delle operazioni finanziarie della società, ma la strumentalizzazione del filosofo greco Epicuro, nato a Samo nel 341 avanti Cristo, sembra assolutamente palese. Epicuro aveva fondato una scuola ad Atene e l’aveva chiamata “Giardino”. In quella scuola presentava il suo pensiero filosofico. Purtroppo, la sua filosofia è stata spesso manipolata, stravolta. “Epicureismo” è diventato sinonimo di edonismo, ricerca del piacere, predominio della sensualità, voglia di felicità ad ogni costo. Niente di più falso. Nella Lettera a Meneceo, chiamata anche “lettera sulla felicità”, Epicuro ci tiene a sottolineare: «Quando diciamo che il piacere è un bene, non alludiamo affatto ai piaceri dei dissipati che consistono in crapule, come credono alcuni che ignorano il nostro insegnamento o lo interpretano male».
Per Epicuro, quindi, il vero piacere consiste nel far coincidere felicità e virtù. Un legame sul quale si era a lungo soffermato Aristotele. Nella trattazione dell’etica, Aristotele osservava come fosse vero che tutti i fini e beni ai quali l'uomo cerca di tendere sono sempre in funzione di un bene supremo: la felicità (eudaimonìa). Molto spesso gli uomini la collegano ad obiettivi diversi: piaceri, onori, ricchezze, beni di ogni specie. Ma tali obiettivi, sosteneva Aristotele, non danno la felicità. Perché la felicità dipende dall’esercizio delle virtù. E le virtù etiche, quelle tipicamente umane, consistono nel saper dominare gli impulsi irrazionali fino ad acquisire l’abitudine ad essere virtuosi, mediante la pratica quotidiana delle virtù.
Di questa concezione della felicità, ereditata dalla filosofia greca, Erich Fromm tratta in un’opera dal titolo La rivoluzione della speranza. Il libro, pubblicato nel 1968, contestava apertamente la visione pessimistica di Herbert Marcuse: «Sbagliano coloro che attaccano o ammirano Marcuse come un rivoluzionario, perché mai la rivoluzione si è fondata sulla sfiducia e mai lo sarà. […] Marcuse è soprattutto l’esempio di un intellettuale alienato, che propone la sua personale disperazione come una teoria radicale».
Fromm opponeva una concezione ottimistica della vita, fondata su quelle virtù, che i cattolici definiscono “teologali”: fede, speranza, carità, interpretate in chiave psicanalitica, correlate con le cosiddette “virtù cardinali”: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza. In polemica con la concezione greca della felicità, Fromm affermava: «La felicità non è uno stato di soddisfazione di bisogni puramente soggettivi, ma di quei bisogni che hanno una validità obbiettiva in termini dell’esistenza totale dell’uomo e delle sue potenzialità. Sarebbe quindi meglio parlare di gioia e non di felicità».
A dire il vero, anche nella concezione greco-romana della felicità, si teneva conto del fattore sociale. Non si può essere felici, conoscendo l’infelicità degli altri. Solo se la felicità è di tutti, può esserla di ciascuno. Una riflessione che Seneca aveva espresso in termini drastici e polemici contro certi personaggi del suo tempo: «Non si può essere felici, procurando l’infelicità degli altri».
Per i ricchissimi di oggi e per i tanti vip, yuppie, capitalisti rampanti, jet-society di questa folle rincorsa al denaro facile e illegale, la ricerca della felicità non è che l’espressione di un profondo individualismo egoista. L’egoismo può essere fonte di piacere, non di felicità. Possedere castelli, ville favolose, barche miliardarie, oro e denaro, potere economico e politico da re Mida non sono cose che rendono felici. Perché la felicità è un problema che investe l’interiorità. È l’atteggiamento tipico da “uomo per tutte le stagioni”, come fu Thomas More. Un santo, proposto dalla Chiesa come patrono dei politici. Ma il suo esempio di profonda coerenza tra idealità e realtà, che lo condusse ad affrontare serenamente la condanna a morte per decapitazione, resta un caso isolato. Il fatto che certi “cattolici praticanti” dichiarino di considerarlo un loro modello di vita sembra una autentica beffa.  

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